La terza tappa del ciclo di workshop dell’Agenzia del Demanio sulla responsabilità etica del manager pubblico nella cura del bene comune è all’Università di Firenze. Siamo all’interno del Rettorato, il cuore pulsante della formazione culturale delle nuove generazioni, luogo di straordinaria bellezza e significatività. Il focus dell’iniziativa che si sta consolidando è condividere le difficoltà giuridiche, ma anche le scelte “etiche” che stanno alla base delle iniziative di recupero del patrimonio immobiliare pubblico, immerso in un contesto ricco di elementi identitari di valore inestimabili per la rigenerazione e il riuso del patrimonio immobiliare storico artistico che connota la città. Un patrimonio che oggi è memoria, storia, bellezza, identità culturale, valori che hanno caratterizzato la grandezza della città europea ben rappresentata da Firenze. Sono il frutto di una intelligenza collettiva che ha coniugato, saperi, impegno, innovazione e visione verso il futuro.
È lo spirito con il quale l’Agenzia del Demanio sta cercando di rendersi attrice dei processi di cambiamento della visione delle città, mettendo “a sistema” ciò che è chiamata a gestire: il patrimonio dello Stato diviene un mezzo concreto, tangibile, per contribuire a dare risposte alle città, ai loro fabbisogni, nella luce delle loro “vocazioni”, tenendo conto dei mutamenti ambientali, geopolitici e dello sviluppo tecnologico. «Questo è il cambio di visione che si è inteso avviare a partire dal 2022: porre al centro delle scelte non l’immobile in sé, ma le persone che lo vivono. Il bene pubblico – osserva Alessandra dal Verme, Direttore generale dell’Agenzia del Demanio - diventa così strumento dinamico, e la qualità della progettazione, a cui l’Agenzia dedica una attenzione specifica, diviene strumento per amplificarne le potenzialità e l’impatto sui bisogni del territorio. “Abitare una città è il simbolo di un legame vitale”. Valorizziamo i nostri immobili, rispettandone e custodendone la memoria, per rinnovare nel presente e nel futuro questo legame, per un nuovo senso di appartenenza, per un patrimonio dello Stato come bene comune».
Per la città di Firenze, è inevitabile – dice ancora dal Verme - individuare nella bellezza la leva di sviluppo: non in una dimensione statica o contemplativa, ma facendone principio attivo.
«Questa innegabile “vocazione”- spiega - va reinterpretata in chiave contemporanea, in un equilibrio tra tutela e innovazione che è reso possibile solo mettendo in rete istituzioni, statali e territoriali, comprese le università per le competenze multidisciplinari. Un faticoso intreccio di relazioni che si costruiscono col dialogo, con la condivisione, con il rispetto dei ruoli, con la solidarietà». Da qui la scelta di abbinare momenti “istituzionali”, quali la firma del “Piano città”, a momenti “divulgativi”, non ispirati a logiche autoreferenziali o celebrative, ma, appunto, di condivisione e per questo, anche, di responsabilizzazione.
La riqualificazione e il riuso di Palazzo Buontalenti, luogo identitario per la città di Firenze, nato come laboratorio di ricerca e di studio di Francesco I dei Medici, per destinarlo alle aule dell’Istituto Universitario Europeo - che compie i 50 anni dalla sua istituzione in questi giorni - vuol dire far tornare il bene alla sua vocazione, in una dimensione di cultura alla base della grandezza della città di Firenze e della città europea. Non a caso tra gli affreschi di Palazzo Buontalenti ritroviamo la partenza e l’arrivo dal porto di Livorno delle navi per portare il grano dall’Ucraina e far fronte alle periodiche pestilenze. Nella visione lungimirante dei Medici, Livorno doveva essere uno snodo commerciale europeo.
Ancora, San Miniato al Monte è il caso emblematico della nuova “visione” dell’Agenzia applicata al territorio fiorentino: più istituzioni, operando con senso di responsabilità condivisa, restituiscono un bene di tutti alla sua comunità. «Quando Stato, territori, istituzioni e comunità agiscono insieme - sintetizza il direttore - il bene pubblico torna a essere espressione di bellezza, identità, memoria e servizio. La responsabilità etica del manager pubblico consiste nel trasformare il patrimonio dello Stato in una risorsa viva, accessibile e capace di generare futuro».
«Una città è tale prima ancora che sia costruita - così Padre Bernardo, abate della Comunità monastica di San Miniato al Monte, intervenuto nel workshop del 6 maggio, citando l’architetto Giovanni Michelucci, grande protagonista della storia e del dibattito dell’architettura italiana del ventesimo secolo - una città è, o poteva essere prima ancora che fosse posta la prima pietra».
Così San Miniato al Monte, che seguendo la sua vocazione e quella di una intera città, nel segno della bellezza, da avamposto militare è divenuto “spalti di pace”, come l’ha definito il poeta Mario Luzi.
Riconoscere la vocazione di una città e compiere scelte coerenti, come la nuova destinazione di un immobile, è la responsabilità di chi amministra il bene comune. Lo spazio di questa responsabilità è la discrezionalità, il limite, la legittimità, l’orientamento è il sistema di valori, l’etica pubblica. «Quando si sceglie di essere civil servant - ricorda Antonella Manzione, consigliere di Stato, protagonista del workshop all’ateneo fiorentino - si acquisisce da subito la nozione della responsabilità giuridica nel suo vario atteggiarsi. Tuttavia, accanto a questa dimensione, non andrebbe mai dimenticato che esiste una responsabilità etica assai più rilevante.
Dal punto di vista dell’azione amministrativa, essa si esprime attraverso il concetto di discrezionalità: la capacità di scegliere e di assumersi la responsabilità delle proprie decisioni, in quanto maggiormente rispondenti agli interessi pubblici. Chi ha il privilegio di ricoprire un ruolo dirigenziale nella pubblica amministrazione non decide mai solo per sé, ma compie scelte che producono effetti sulla collettività. Per questo, responsabilità giuridica e responsabilità etica non sono concetti distanti: al contrario, l’una diventa il presupposto dell’altra». Ma responsabilità etica, prosegue Antonella Manzione, è anche intenzionalità, tensione ad agire. Il sistema giuridico oggi, come testimoniano autorevoli arresti giurisprudenziali della Corte Costituzionale, favorisce chi decide e agisce piuttosto che chi resta fermo per timore di sbagliare. Non è un’attenuazione della responsabilità, ma il suo contrario: è l’inerzia a rappresentare il rischio maggiore.
Nel dialogo a più voci, l’archeologo ed etruscologo Paolo Giulierini si sofferma sull’etica del dono e della restituzione. Restituire non è mai un gesto neutro: può costruire legami o consolidare potere. Così nel mondo romano, Augusto formalmente “restituisce” il potere alla Repubblica, ma nei fatti concentra su di sé il controllo politico. Analogamente, il sistema del panem et circenses utilizza il dono come strumento di consenso, attraverso spettacoli e distribuzioni di beni che compensano la perdita di libertà. Anche grandi opere pubbliche come le terme imperiali contribuiscono a consolidare l’accettazione del potere.
La lezione per il presente è precisa. «Educare e restituire alla comunità - spiega Giulierini - significa riconoscere che la comunità stessa deve essere messa nelle condizioni di comprendere il valore di ciò che eredita. Senza una comunità consapevole, i beni culturali possono anche essere conservati, ma rischiano di perdere il loro fine ultimo». Da qui la necessità di ampliare i linguaggi della divulgazione — dal fumetto al videogioco — e di dare voce anche agli “invisibili” che stanno dietro le grandi narrazioni: l’Agenzia diventa così motore di rigenerazione non solo urbana ma culturale.
Dalla responsabilità come principio alla responsabilità come strumento: il Piano Città degli immobili pubblici, presentato da Fabrizio Tucci, responsabile dell’Area Qualità della Progettazione dell’Agenzia, traduce queste dimensioni in azione operativa. Lo introduce attraverso le tre domande kantiane: “che cosa posso sapere” (la conoscenza come fondamento), “che cosa devo fare” (le priorità operative), “che cosa mi è lecito sperare” (la dimensione progettuale). Per Firenze, l’analisi mappa 17 beni pubblici su nove livelli — dal patrimonio immobiliare agli assetti bioclimatici — e fa emergere criticità concrete per le città del futuro che i responsabili del territorio devono affrontare. Tra le altre: emissioni per 2 milioni di tonnellate di CO₂ annue, consumo di suolo al 42%, forte richiesta di student housing, esposizione ai rischi di turistificazione e gentrificazione.
Gli obiettivi condivisi con gli enti del territorio — rigenerazione dei vuoti urbani, valorizzazione del patrimonio storico-culturale, rafforzamento della rete ecologica, potenziamento dei servizi per studenti e ricerca — si traducono in interventi prioritari e simulazioni di impatto. A fare da cornice istituzionale alla giornata è la rettrice Alessandra Petrucci, che apre il workshop introducendo il concetto di “demanio planetario” e ancorandolo a un riferimento preciso: il progetto di una “Costituzione della Terra” proposto dal giurista Luigi Ferrajoli, secondo cui la salvezza dell’ecosistema passa da un’espansione del costituzionalismo oltre lo Stato, all’altezza dei poteri globali. Da qui la lettura del patrimonio pubblico come risorsa condivisa che richiede forme di gestione consapevoli e partecipate, fondate su tre principi: responsabilità collettiva, giustizia partecipativa, sostenibilità sociale. Con oltre 180 edifici distribuiti tra Firenze, la città metropolitana e le sedi di Prato e Pistoia, l’Ateneo configura un campus diffuso in cui la gestione fisica si intreccia con una visione di responsabilità collettiva. Il ruolo dell’università è quello del “custode responsabile”, riecheggiando la responsabilità diffusa invocata dal direttore dal Verme.
Firenze offre al ciclo di workshop nuove ricchezze e sfaccettature: la responsabilità del manager pubblico non è una sola. È etica, quando orienta la decisione. È giuridica, quando trasforma la discrezionalità in scelta legittima. È culturale, quando riconosce che restituire un bene significa renderlo comprensibile. È relazionale, quando assume che la città è fatta di rapporti prima che di edifici. Il Piano Città è il luogo in cui queste dimensioni si compongono — non come somma, ma come architettura. San Miniato, intanto, resta lì: spalto di pace e, adesso, caso di metodo.