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Ancona: porto, storia e paesaggio, valorizzazione culturale e benessere della città

Dal mare alla città museale, un focus sullo sviluppo del territorio attraverso la trasformazione del patrimonio pubblico, nel workshop organizzato dall’Agenzia del Demanio con l’Università Politecnica delle Marche

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Ancona, antica porta d’Oriente d’Italia, prende il nome dal promontorio a forma di gomito piegato (Ankón, in greco). Qui, nel 387 a.C., alcuni greci dori provenienti da Siracusa, attratti dal grande porto naturale, fondarono la città sul colle Guasco. Dal 90 a.C. Ancona divenne municipium romano e, nel II secolo d.C., il porto fu potenziato dall’imperatore Traiano per favorire i traffici con la parte orientale dell’Impero. Nei secoli successivi fu Repubblica marinara, città dello Stato Pontificio e poi parte del Regno d’Italia, nel quale entrò nel 1860.

Il mare ha segnato profondamente la storia e l’economia di Ancona, luogo di approdo e di dialogo tra culture diverse da oltre 2.400 anni. Il workshop promosso dall’Agenzia del Demanio il 29 settembre 2026 e organizzato insieme all’Università Politecnica delle Marche ha messo al centro il ruolo del patrimonio pubblico nei processi di trasformazione urbana, attraverso uno degli strumenti sviluppati dall’Agenzia in collaborazione con le realtà del territorio: il Piano Città degli immobili pubblici.

Ad Ancona il Piano si misura in particolare con la dimensione costiera, in una città la cui storia e la cui economia sono strettamente legate al mare e al porto. Un rapporto che oggi deve confrontarsi anche con gli effetti della crisi climatica: la costa, oltre a rappresentare una risorsa identitaria ed economica, costituisce infatti un elemento di fragilità del sistema urbano.

Il confronto si è articolato in due tavoli. Nel primo, il rettore dell’Università Politecnica delle Marche, Enrico Quagliarini, ha invitato a riflettere sulla valorizzazione dei beni della collettività: luoghi in cui si stratificano memoria, identità, storia e funzioni pubbliche e che, proprio per questo, possono contribuire allo sviluppo economico e sociale della città. La questione riguarda anche il modo in cui questo patrimonio viene trasformato e consegnato al futuro. Nessun aspetto può essere affrontato isolatamente: la sfida sta nella capacità di mettere in dialogo discipline e competenze diverse. «In questo scenario l'Università assume un ruolo cruciale. Il mondo accademico non deve solo produrre innovazione, ma ha il compito di formare professionisti in cui la competenza tecnica cammini di pari passo con l'etica. Ogni intervento sul territorio, infatti, si traduce – precisa il rettore – in una responsabilità diretta verso la comunità. Esempi concreti come il Piano Città degli immobili pubblici di Ancona dimostrano come il contesto urbano diventi il laboratorio ideale dove far convergere ricerca, politiche pubbliche e interesse collettivo, con l'obiettivo di generare un valore reale e duraturo per il territorio».

Sul tema della responsabilità torna anche Alessandra dal Verme, direttore dell’Agenzia del Demanio, che ha richiamato il ruolo del manager pubblico nella cura del patrimonio dello Stato e nella capacità di rispondere ai bisogni della collettività. Un’azione amministrativa consapevole parte dalla conoscenza del territorio, della sua storia e delle sue vocazioni, per intercettare i nuovi fabbisogni urbani: dal rafforzamento delle relazioni alla qualità ambientale, fino all’integrazione di una dimensione tecnologica adeguata alla città contemporanea. In questa prospettiva, gli immobili dello Stato costituiscono una ricchezza non soltanto materiale, ma anche identitaria e culturale, e possono diventare motori di rigenerazione. Prendersene cura significa migliorare il modo in cui spazi e immobili vengono vissuti, accompagnandone l’adattamento attraverso una progettazione di qualità, integrata, innovativa e sostenibile.

L’obiettivo è ripensare il ruolo degli immobili pubblici nella costruzione del valore culturale e identitario di Ancona, una città in cui la storia continua a vivere attraverso i luoghi e le loro trasformazioni. In questa prospettiva, la collaborazione con università e centri di ricerca diventa centrale per promuovere una progettazione urbana e ambientale di qualità, capace di integrare al meglio le tecnologie disponibili. Tra le sfide più urgenti c’è quella climatica. Gli effetti del cambiamento climatico sui sistemi urbani costieri e sulle politiche pubbliche delle città di mare sono stati al centro dell’intervento della fisica Nadia Pinardi, docente a Bologna e membro del Centro Euro-Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici (CMCC). «Oltre due miliardi di persone nel mondo vivono a ridosso delle coste, in prima linea contro l'innalzamento dei mari, l'erosione e le inondazioni», ha spiegato la scienziata. «Una minaccia globale che richiede risposte locali e concrete, capaci di ridefinire il rapporto tra aree urbane e ambiente marino. È questa la sfida lanciata a partire dal caso pilota di Ancona, dove la forte vicinanza tra città e mare ha spinto gli scienziati a collaborare con l'Agenzia per mettere in sicurezza il patrimonio immobiliare pubblico».

L’obiettivo è ora trasferire questa esperienza su scala nazionale. Per rafforzare la capacità di adattamento delle città costiere, la strategia combina innovazione tecnologica e soluzioni basate sulla natura: da un lato i digital twin costieri, gemelli digitali in grado di simulare il moto ondoso e prevedere le mareggiate; dall’altro le nature-based solutions, come dune e barriere naturali. Un ruolo centrale è affidato agli Urban Blue Lab, laboratori territoriali pensati per mettere in rete università, governance locale e comunità e costruire strategie condivise di protezione delle coste.

La crisi climatica incide anche sul modo di vivere le relazioni e i luoghi della cultura e della storia. Su questo tema è intervenuto Luigi Gallo, direttore dei Musei nazionali di Bologna e della Direzione regionale Musei nazionali Emilia-Romagna, riflettendo sul ruolo del patrimonio storico-culturale nel benessere urbano.

In una concezione del museo aperta e tridimensionale, lo spazio museale esce dai propri confini e incontra la città, entrando nei suoi percorsi, nelle sue relazioni e nelle trasformazioni contemporanee. Gallo cita il caso dell’Anfiteatro romano di Ancona, già riaperto al pubblico e destinato, nell’ambito della riqualificazione del Cardeto, a diventare parte integrante della passeggiata archeologica. Storia, archeologia e paesaggio confluiscono così in una visione unitaria.

Il secondo tavolo dell’evento moderato da Massimo Bollati dell’Agenzia del Demanio ha spostato l’attenzione sulle strategie di trasformazione e adattamento del patrimonio pubblico. Fabrizio Tucci, dell’Agenzia del Demanio e della Sapienza Università di Roma, ha presentato i Piani Città degli immobili pubblici e il modello di qualità progettuale che ne orienta l’azione. Dieci assi strategici guidano i Piani, con una particolare attenzione alla componente ambientale, tradotta in indicatori capaci di misurare obiettivi e risultati sul fronte della mitigazione e dell’adattamento ai cambiamenti climatici. Ad Ancona il progetto pilota è la riqualificazione del Cardeto, intervento di valorizzazione sviluppato in collaborazione con l’Università e illustrato da Gianluigi Mondaini, del DICEA dell’Università Politecnica delle Marche. Il Cardeto e la rigenerazione del porto possono contribuire insieme a rafforzare la centralità di Ancona, mettendo in relazione il patrimonio culturale della città storica con quello generato dall’economia del mare. In questa direzione si inserisce anche l’esperienza internazionale dell’Ancona Waterline Lab, promossa dall’Università insieme all’Agenzia, come primo passo verso una nuova integrazione tra città e waterfront.

Il capoluogo marchigiano punta così sulla cultura come leva di rigenerazione e di apertura mediterranea, rafforzando la propria identità di città legata all’economia del mare e, allo stesso tempo, di polo culturale e dell’innovazione, nel punto d’incontro tra paesaggio, memoria, mare e sviluppo.

In questa prospettiva si inserisce l’azione dell’Agenzia del Demanio, chiamata a tradurre in risposte progettuali i temi dell’adattamento e della mitigazione dei rischi climatici, dell’uso efficace delle risorse, della qualità ambientale e della cultura come leva di sviluppo.

Il percorso di valorizzazione della macroarea del Parco del Cardeto, un’area naturale di 35 ettari tra waterfront portuale e centro storico, è atteso da anni per la complessità e il valore paesaggistico del luogo. Il progetto di rigenerazione urbana individuato nell’ambito del Piano Città degli immobili pubblici interessa l’ex Caserma Stamura, il Bastione San Paolo, il vecchio Faro dei Cappuccini e l’area verde, oggi in parte incolta. Il sistema è collegato da una passeggiata che scende fino all’Anfiteatro romano e prosegue verso il Museo archeologico. Il Faro è oggi interessato da interventi di messa in sicurezza e recupero a seguito del recente evento calamitoso che lo ha colpito.

Il progetto punta a un riuso inclusivo e sostenibile del Parco e dei suoi manufatti attraverso un mix funzionale che comprende spazi espositivi, ambienti per eventi e convegni, uffici dedicati alla ricerca, servizi di ristorazione panoramica e residenzialità temporanea, insieme a nuove aree di parcheggio e a interventi sulla viabilità.

Il Cardeto può così diventare un sistema integrato in cui cultura, storia e paesaggio dialogano con la mobilità sostenibile e con la tutela dell’ambiente costiero, connettendosi ai luoghi più identitari di Ancona.

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Foto Faro Ancona
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