Workshop Milano

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Al Politecnico competenze interdisciplinari e ricerca per ripensare gli immobili dello Stato - dagli studentati ai palazzi di giustizia - a partire dai bisogni della città 

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Quale valore vogliamo attribuire alle trasformazioni che realizziamo oggi, pensando alle generazioni future? La responsabilità è la parola chiave del workshop: i beni dello Stato sono beni comuni, espressione di stratificazioni storiche, sociali e culturali. Prendersene cura significa riconoscerne il valore e compiere scelte consapevoli che ne orienteranno il futuro. Durante l’incontro, ospitato il 1° ottobre nell’Aula De Donato del Politecnico di Milano, il confronto ha messo in relazione competenze e discipline diverse per interpretare la crescente complessità dei contesti urbani. Al centro, i nuovi bisogni delle città, la collaborazione tra istituzioni, università e centri di ricerca e, trasversalmente, la sostenibilità come criterio guida nelle trasformazioni del patrimonio pubblico. Una prospettiva che coinvolge anche gli studenti e, più in generale, i cittadini nel rapporto con i luoghi e con la società. 

«Come possiamo trasformare ciò che abbiamo ereditato affinché continui a produrre valore pubblico, valore per tutti?», è la domanda posta nei saluti iniziali da Donatella Sciuto, rettrice del Politecnico di Milano, richiamando il ruolo delle nuove generazioni nella costruzione del futuro dei territori.

Proprio con il Politecnico di Milano, nel 2022, l’Agenzia del Demanio ha siglato il primo protocollo di collaborazione con un ateneo, dando avvio a un modello poi esteso ad altri territori. Un’esperienza che riconosce alle università un ruolo strategico nella conoscenza dei contesti locali e nell’integrazione di competenze diverse per migliorare la qualità dei progetti e dei processi di trasformazione. «È anche in questa prospettiva che l’università esercita la propria terza missione: mettere conoscenze e competenze al servizio della società, oltre il perimetro della didattica e della ricerca.

La collaborazione tra Agenzia del Demanio e università diventa così uno strumento concreto per costruire, intorno al patrimonio pubblico, nuove forme di responsabilità condivisa e di cura del bene comune», precisa la rettrice.

Una responsabilità che oggi si misura anche con gli effetti del cambiamento climatico, da considerare trasversalmente in tutti gli interventi sul territorio per individuare le necessarie azioni di risposta. «E quando parliamo di patrimonio costruito e sostenibilità – conclude Sciuto – non significa soltanto migliorare le prestazioni, significa anche comprendere che cosa conservare, che cosa trasformare, individuare nuovi usi, prolungare la vita degli edifici e fare in modo che continuino a generare valore per la comunità».

Alessandra dal Verme, direttore dell’Agenzia del Demanio, è intervenuta nella prima parte dell’incontro. Il workshop è stato l’occasione per approfondire la visione con cui l’Agenzia ha ripensato il ruolo del patrimonio pubblico: non più soltanto immobili da gestire per ospitare funzioni della pubblica amministrazione, ma risorse capaci di rispondere alla domanda di cura espressa dai cittadini e dai territori. Un cambio di prospettiva che sposta l’attenzione dall’immobile alle persone, dalla gestione alla cura. «Al centro c’è l’etica del manager pubblico, intesa come responsabilità nella scelta, nel progetto, nella narrazione, nella condivisione e nella partecipazione. Il patrimonio pubblico è una risorsa culturale, identitaria e urbana. Il Demanio ha quindi costruito negli ultimi cinque anni un nuovo modello operativo fondato sulla conoscenza, attraverso la collaborazione con le università e gli enti di ricerca; sulla qualità della progettazione; sulla trasformazione digitale e sull’innovazione delle soluzioni; sull’ascolto dei territori e sulla condivisione con amministrazioni, progettisti, istituzioni e soggetti privati. Questo approccio nasce dalla consapevolezza che la trasformazione del patrimonio richiede competenze multidisciplinari e non può essere affrontata da singoli soggetti», spiega il direttore.

I casi illustrati restituiscono concretamente questo approccio: Palazzo Senato a Milano, progressivamente riaperto alla città attraverso nuove funzioni e già sede del Politecnico di Milano, prima di ospitare stabilmente l’Archivio di Stato dal 1886; la Reggia di Caserta, dove la cura del patrimonio integra la gestione del complesso vanvitelliano con l’attenzione agli spazi pubblici, alle risorse naturali, come l’acqua, e al paesaggio; Santa Maria degli Angeli a Roma, dove innovazione tecnologica ed energie rinnovabili si integrano con il valore monumentale della basilica michelangiolesca, successivamente reinterpretata da Vanvitelli.

Gli effetti del cambiamento climatico interessano anche il patrimonio dello Stato e i territori in cui si trovano gli immobili. Solo quest’estate è stata gravemente colpito l’ex faro dei Cappuccini del Cardeto ad Ancona ma anche il campanile dell’Abbazia di Monte Oliveto, risalente al Quattrocento. L’Agenzia si è attivata per gli interventi di messa in sicurezza e ripristino, ma non basta: occorre studiare come rendere il patrimonio più resiliente agli eventi naturali, tenendo conto dell’evoluzione della loro frequenza e intensità.

Del patrimonio demaniale fanno parte anche isole di rara bellezza paesaggistica, come Pianosa, la cui valorizzazione è in corso insieme alla Regione, all’Ente Parco e al Comune, con l’obiettivo di trasformarla da luogo di detenzione a centro di cultura, ricerca e sperimentazione sul Mediterraneo.

Il cambiamento climatico, tema centrale del ciclo di workshop promosso dall’Agenzia del Demanio e già approfondito nella tappa di Bologna, entra così tra i criteri della progettazione: resilienza, riduzione dei consumi, produzione di energia pulita, gestione dell’acqua e risposta agli eventi estremi devono diventare componenti stabili degli interventi sul patrimonio pubblico. Accanto alla dimensione ambientale emergono i nuovi bisogni urbani, a partire dall’abitare e dalla residenzialità studentesca, ai quali gli immobili dello Stato possono contribuire attraverso interventi di rigenerazione e valorizzazione. A sintetizzare questa impostazione è il Piano Città degli immobili pubblici, che supera la logica degli interventi isolati per inserire i beni in un disegno urbano più ampio, mettendoli in relazione con gli strumenti di pianificazione territoriale, gli assi strategici di sviluppo, le vocazioni e i fabbisogni delle comunità. A questo approccio si affiancano strumenti come le concessioni di lunga durata e i partenariati pubblico-privati (PPP), utili a coinvolgere capitali e competenze del mercato, mantenendo una finalità pubblica.

La centralità e la qualità del progetto sono al centro dell’intervento dell’architetto Mario Botta, che ai giovani del Politecnico di Milano ha raccontato la trasformazione dell’ex carcere di Perugia come esempio di riuso capace di conservarne l’identità, modificandone radicalmente le funzioni e il rapporto con la città. L’impianto originario è stato reinterpretato adattando le celle a uffici e spazi amministrativi, mantenendo i corridoi e la struttura dei bracci del carcere, mentre gli antichi cortili sono stati trasformati in aule di tribunale, giardini e spazi di relazione, con l’introduzione di lucernari e nuovi collegamenti verticali. L’intervento si sviluppa in larga parte all’interno delle mura esistenti, preservando la morfologia del complesso. Il risultato, secondo Botta, è il passaggio da un luogo di isolamento a un nuovo pezzo di città: uno spazio aperto e attraversabile, con verde, servizi e luoghi di incontro. Un esempio di come anche una tipologia fortemente connotata possa accogliere nuove funzioni collettive senza cancellarne la memoria.

Botta ha illustrato anche il progetto del campus universitario della Lu Xun Academy of Fine Arts a Shenyang, in Cina. Un modello diverso da quello della città universitaria europea e italiana, storicamente luogo di incontro e di relazioni, che dal Medioevo a oggi si è trasformata per rispondere all’evoluzione dei bisogni. È su questa capacità di adattamento che occorre lavorare per dare forma a una città contemporanea, capace di tenere insieme storia, memoria ed esigenze dell’oggi.

Botta pone l’accento sulla creatività come elemento primario del progetto, richiamando la figura dell’artista, costantemente impegnato nella ricerca di un’opera ideale e di una perfezione irraggiungibile. La stessa tensione creativa è necessaria per proiettare la città nel futuro, trasformandola senza perderne bellezza e identità. Un processo mai definitivo, in cui ogni intervento diventa occasione per un nuovo adattamento.

Milano, città universitaria e polo di formazione e opportunità, deve rispondere a una domanda crescente di residenzialità studentesca. Filippo Salucci, direttore Strategie Immobiliari, Sostenibilità e Innovazione dell’Agenzia del Demanio, illustra i progetti avviati dall’Agenzia: circa 2.000 posti letto tra Bologna, Torino e Monza. A Bologna, gli interventi sulle caserme Perotti ed ex Stamoto, già approfonditi nella tappa bolognese del ciclo di workshop , vengono sviluppati in stretta collaborazione con il Comune, affrontando congiuntamente la domanda abitativa e le questioni ambientali, dal verde alla mitigazione acustica. A Torino, l’ex Manifattura Tabacchi, affacciata sul sistema fluviale del Po, è al centro di un percorso avviato con un concorso internazionale di progettazione e destinato a proseguire nell’ambito di Reinventing Cities 2026. Il caso di Monza, oggetto di una procedura aperta, porta invece il ragionamento alla scala metropolitana: l’ex compendio militare, destinato a studentato con almeno 600 posti letto, sarà collegato al prolungamento della linea M5 e potrà rispondere anche alla domanda universitaria milanese. Almeno il 30% dei posti letto sarà riservato a studenti meritevoli e con minori disponibilità economiche, con canoni ulteriormente agevolati per rafforzare l’impatto sociale dell’intervento. Rispondere alla domanda di residenzialità studentesca richiede infatti una visione territoriale integrata, capace di mettere in relazione patrimonio pubblico, mobilità, ambiente e servizi.

Sul rapporto tra Agenzia del Demanio e università è intervenuta anche Carolina Pacchi, direttrice del Dipartimento di Architettura e Studi urbani e vicedirettrice per i Rapporti istituzionali con il territorio, sottolineando la necessità di valutare gli impatti sociali, ambientali ed economici delle trasformazioni e di integrare responsabilità etica e competenze tecniche. Il progetto diventa così uno strumento di ricerca e interpretazione critica, in dialogo con l’azione pubblica. Roberta Capello, direttrice del Dipartimento di Architettura, Ingegneria delle costruzioni e Ambiente costruito, ha richiamato il valore di una collaborazione consolidata nel tempo, fondata sulla capacità di mettere a sistema competenze diverse. Il Dipartimento affronta l’ambiente costruito attraverso 21 settori scientifico-disciplinari, integrando progettazione, strutture, economia, territorio e restauro. La collaborazione con l’Agenzia si concentra su due fronti: la qualità della progettazione tecnologica e ambientale, con attenzione alla sostenibilità e alla gestione degli interventi complessi, e la digitalizzazione dei processi attraverso il BIM e l’information management. In entrambi i casi, la ricerca diventa uno strumento operativo per coordinare soggetti, regole e competenze a supporto della valorizzazione del patrimonio pubblico.

Con Fabrizio Tucci, professore alla Sapienza Università di Roma e responsabile della qualità della progettazione per l’Agenzia del Demanio, l’attenzione si è spostata sulla dimensione territoriale dei Piani Città e sui risultati ambientali degli interventi. «Stiamo mettendo l’accento sugli aspetti sociali, sull’identità storico-culturale e sulla dimensione ambientale e climatica», ha spiegato Tucci. 

Dal 2022 a oggi, gli interventi dell’Agenzia hanno registrato un aumento del 70% dell’energia prodotta da fonti rinnovabili, pari a circa 15mila MW in più all’anno, e una riduzione del 69% dei consumi di energia primaria, equivalente a circa 70mila MW risparmiati ogni anno. Il 65% degli interventi comporta inoltre una riduzione del consumo di suolo, mentre le superfici verdi aumentano complessivamente del 45%.

Il secondo tavolo, dedicato al tema «I cambiamenti che attraversano le città: clima, innovazione e nuove relazioni», ha riportato l’attenzione sulle strategie per adattare città e patrimonio alle trasformazioni in corso. Per Angelo Pascale, direttore della Direzione Verde e Ambiente del Comune di Milano, serve una pianificazione capace di preparare la città a estati più siccitose, eventi meteorologici estremi e nuove condizioni ambientali. A Milano il verde diventa un’infrastruttura di resilienza, insieme alla depavimentazione, agli spazi ombreggiati, ai luoghi freschi accessibili, alla gestione sostenibile dell’acqua e ai sistemi di drenaggio urbano.

Sul fronte della progettazione digitale, Alberto Pavan, del Dipartimento di Architettura, Ingegneria delle costruzioni e Ambiente costruito, ha illustrato gli sviluppi della collaborazione tra il Politecnico e l’Agenzia del Demanio. In particolare, l’applicazione della gestione informativa digitale (BIM) ha portato alla definizione di flussi e processi organizzativi: a partire dai requisiti dell’organizzazione, del patrimonio e del progetto, vengono elaborati capitolati speciali e prestazionali, da tradurre in capitolati informativi a supporto delle stazioni appaltanti per l’affidamento dei servizi di progettazione. L’attività si è concentrata sulla standardizzazione delle procedure, con l’obiettivo di estendere la gestione informativa digitale anche alle stazioni appaltanti minori o con un livello di maturità digitale meno avanzato. La predisposizione di specifici modelli (template) punta a rendere più semplice e uniforme l’applicazione del digitale negli appalti pubblici, riconoscendo nel BIM uno strumento concreto per migliorare la qualità e l’efficienza della progettazione. Dal progetto digitale si passa così al cantiere digitale e, infine, al piano gestionale informativo, riferimento per il contratto di gestione del bene.

Ilaria Valente, vicerettrice per le Relazioni internazionali del Politecnico di Milano, ha presentato infine il lavoro sui palazzi di giustizia, nato dall’esigenza di intervenire su un patrimonio eterogeneo, composto da edifici storici, immobili riconvertiti e strutture progettate specificamente per la funzione giudiziaria. Le nuove linee guida sviluppate con l’Agenzia del Demanio e il Ministero della Giustizia introducono criteri per il recupero dell’esistente, la razionalizzazione delle sedi, il corretto dimensionamento degli spazi e la qualità architettonica. A partire da casi concreti, come Perugia e Bari, l’obiettivo è definire criteri replicabili a livello nazionale, affrontando anche l’organizzazione interna degli edifici: sicurezza, percorsi differenziati, archivi, uffici e qualità delle aule. Uno strumento operativo per tradurre i fabbisogni della giustizia in requisiti spaziali e funzionali.

Workshop Milano ottobre 2026
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