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Padova, cura urbana e crisi climatica: nuova responsabilità per la città contemporanea

Il workshop dell’Agenzia del demanio organizzato con l’Università di Padova mette al centro la collaborazione tra Istituzioni per generare valore economico, sociale e ambientale sui territori

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Abitata senza interruzioni da almeno tremila anni, Padova affonda le radici tra mito e archeologia: secondo Tito Livio, suo illustre cittadino, a fondarla fu il troiano Antenore. Capitale dell’antico popolo dei Veneti, crocevia di Etruschi, Celti e Greci e alleata di Roma dal III secolo a.C., nel 49 a.C. diventa Patavium, municipium i cui abitanti acquisiscono la cittadinanza romana. Una vocazione agli scambi e alle relazioni, alimentata dal commercio lungo le vie fluviali fino agli approdi dell’Adriatico, che attraversa i secoli e trova espressione anche nell’Università degli Studi di Padova. Fondato nel 1222, l’Ateneo è stato centro del preumanesimo e luogo di formazione e ricerca per figure come Galileo Galilei, Niccolò Copernico, Elena Cornaro Piscopia, prima donna laureata nel 1678, Giosuè Carducci, Torquato Tasso e Ugo Foscolo, protagonisti della storia della scienza, della cultura e dell’emancipazione femminile.

Proprio nell’Aula Nievo dell’antico archivio del Rettorato si è tenuto il workshop promosso dall’Agenzia del Demanio in collaborazione con l’Università, dedicato alla responsabilità etica del manager pubblico e alla cura del bene comune. «Valorizzare il patrimonio pubblico significa andare oltre la conservazione degli immobili, restituendo agli edifici nuove funzioni e generando benefici duraturi per la comunità», ha sottolineato la rettrice dell’Università di Padova, Daniela Mapelli. L’Ateneo è impegnato in un programma di investimenti sul proprio patrimonio edilizio superiore a 600 milioni di euro, di cui 100 milioni provenienti da finanziamenti statali.

Per la rettrice, la responsabilità del manager pubblico si traduce nella capacità di assumere decisioni i cui effetti vadano oltre la durata del mandato, destinando le risorse pubbliche alle esigenze del presente senza compromettere l’identità e la memoria dei luoghi.

È il caso di Palazzo Bo, sede storica dell’Università, dove il restauro degli ambienti e degli arredi di Gio Ponti, realizzato in occasione degli 800 anni dell’Ateneo, ha permesso di preservare il patrimonio architettonico e mantenerne vive le funzioni, con 100mila visitatori solo nell’ultimo anno. La stessa attenzione alla conservazione e alla fruizione caratterizza altri edifici universitari: Palazzo Cavalli, oggi sede del Museo della Natura e dell’Uomo; l’Orto Botanico, patrimonio Unesco tra i più antichi al mondo, che coniuga tutela, ricerca scientifica e formazione; la Scuola Galileiana, nell’ex casa dello studente Fusinato, con residenze universitarie e spazi per lo studio. Per dimensioni e ricadute sulla città, spicca la trasformazione dell’ex caserma Piave in un campus per le discipline politiche, economiche e sociologiche, con aree verdi e percorsi aperti ai cittadini. «Un intervento - spiega Mapelli - che supera i confini della singola struttura per contribuire alla ricucitura del tessuto urbano, rafforzando le relazioni tra Università e città». Per Alessandra dal Verme, direttore dell’Agenzia del Demanio, valorizzare gli immobili pubblici, compresi quelli a uso universitario, significa partire da una conoscenza approfondita del territorio e integrare tecnologia e innovazione nella gestione dei beni e delle città. Una visione che riconosce nel patrimonio un’espressione dell’identità collettiva.

«Lo Stato non è un soggetto terzo, siamo tutti noi messi insieme», ha spiegato dal Verme, ricordando che gli immobili pubblici rappresentano sul territorio l’immagine delle istituzioni e delle comunità che vi abitano. Per rappresentare il valore che il patrimonio pubblico può trasmettere, Alessandra dal Verme ha aperto il suo intervento con l’immagine di un affresco di Palazzo Buontalenti, nel centro storico di Firenze. Nato come Officina dei Medici tra la fine del Cinquecento e gli inizi del Seicento, l’edificio ha conosciuto nel tempo una stratificazione di funzioni, da caserma a tribunale, fino a diventare l’attuale sede dell’Istituto Universitario Europeo (EUI). Tra le volte affrescate, che rappresentano la visione di governo di Ferdinando I de’ Medici, emerge un’immagine di grande attualità: il nuovo porto franco di Livorno, con il particolare delle navi che trasportano grano dall’Ucraina per far fronte alle periodiche carestie ed epidemie. Livorno fu del resto progettata dallo stesso Buontalenti come città ideale a pianta pentagonale, anche in ragione della sua vocazione marittima: uno scalo commerciale concepito per favorire scambi, innovazione e ricchezza.

Il patrimonio pubblico deve essere al servizio delle persone e dei territori. È in questa direzione che, negli ultimi cinque anni, ha operato l’Agenzia del Demanio, passando da una logica di gestione degli immobili a una visione fondata sulla cura, intesa come risposta ai fabbisogni del territorio.

Centrale, in questo percorso, è il rapporto con il mondo universitario e della ricerca. «Vogliamo unirci alla scienza e alla conoscenza per diventare attori sul territorio sempre più consapevoli ed efficaci. Lo facciamo credendo fermamente nel valore della formazione, che rende gli studenti professionisti e cittadini migliori», sottolinea Alessandra dal Verme.

Attraverso la riqualificazione e la rifunzionalizzazione degli immobili pubblici è possibile rispondere alle sfide della città contemporanea, contribuendo ad aumentare le opportunità di crescita, a renderla più inclusiva e a migliorarne il benessere ambientale, anche attraverso una maggiore capacità di adattamento ai rischi derivanti dalle crisi climatiche. In questa prospettiva si inserisce la collaborazione dell’Agenzia con il Centro Euro-Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici (CMCC). ll cambiamento climatico non è più soltanto una questione ambientale, ma una variabile destinata a incidere sulle scelte economiche, politiche e territoriali dei prossimi decenni. A mutare non è solo la temperatura media, ma anche la frequenza, l’intensità e la distribuzione geografica degli eventi estremi. Lo ha ribadito Antonio Navarra, professore dell’Università di Bologna e presidente del CMCC, richiamando l’urgenza di passare dalla conoscenza scientifica alla capacità di programmare e governare le trasformazioni.

La sfida, oggi, è tradurre queste conoscenze in strumenti a supporto delle decisioni, guardando a un orizzonte temporale di lungo periodo, di 20-30 anni, quello degli investimenti pubblici e privati, e cogliendo le opportunità offerte dall’intelligenza artificiale per garantire l’approccio multidisciplinare e integrato richiesto dalla complessità dei cambiamenti in atto.

«Qualunque processo decisionale che investe sul futuro deve prevedere una valutazione del rischio climatico», ha sottolineato Navarra. La scienza dispone degli strumenti per comprendere i fenomeni e fornire le conoscenze necessarie a orientare le decisioni. Il futuro, tuttavia, non è predeterminato dalla tecnologia, ma dipende dalle scelte collettive che saremo capaci di compiere. Una responsabilità che assume anche una dimensione etica, espressa nel concetto di custodia del pianeta e richiamata nell’enciclica Laudato si’ di Papa Francesco.

Il tema della responsabilità verso le generazioni future ritorna nell’intervento di Carlo Carraro, professore ordinario di Economia ambientale all’Università Ca’ Foscari di Venezia. La capacità della pubblica amministrazione di adottare una visione di lungo periodo trova fondamento nella Costituzione, che riconosce nella salute e nell’ambiente valori cardine e tutela l’ambiente, la biodiversità e gli ecosistemi anche nell’interesse delle future generazioni. Principi che si sono concretizzati nell’obbligo, introdotto nell’ordinamento italiano dal 2025, di valutare preventivamente le ricadute sociali, ambientali ed economiche delle nuove norme sulle giovani generazioni.

«Ogni Piano Città – un’innovazione di metodo dell’Agenzia del Demanio – parte dalla conoscenza del contesto, inclusi scenari e dati climatici, per pianificare in modo integrato con il territorio gli interventi sugli immobili pubblici proprio in un’ottica di sostenibilità ambientale e sociale», ha sottolineato Fabrizio Tucci, professore della Sapienza Università di Roma e responsabile della Qualità della Progettazione dell’Agenzia del Demanio.

Le simulazioni bioclimatiche condotte sugli interventi stimano un incremento del 70% dell’energia prodotta da fonti rinnovabili, un aumento del verde del 70%, un consumo di suolo pari a zero, un contributo all’adattamento ai cambiamenti climatici nel 75% dei progetti e alla mitigazione nel 100% dei casi.

Sul fronte della sostenibilità, Francesca da Porto, prorettrice con delega alla sostenibilità e al nuovo Polo della Salute dell’Università di Padova, ha illustrato il percorso Padova 2030 verso la neutralità climatica. «La misurazione è l’aspetto principale perché consente di essere trasparenti e credibili», ha spiegato da Porto. Tra gli interventi citati figurano l’efficientamento energetico dello stesso Palazzo Bo e la riqualificazione del complesso del Beato Pellegrino, trasformato in una struttura universitaria dotata di impianto geotermico. L’obiettivo è replicare questo approccio in altri complessi dell’Ateneo, trasformandoli in veri e propri living lab, nei quali gli studenti possano imparare a conoscere e misurare l’impatto ambientale delle proprie attività.

A illustrare la trasformazione dell’ex caserma Piave, bene demaniale destinato a diventare un nuovo campus universitario, è stato Alberto Scuttari, direttore generale dell’Università di Padova. Il progetto nasce dalla collaborazione tra Università, Ministero della Difesa, Agenzia del Demanio, Comune di Padova e Soprintendenza, con il coinvolgimento degli stessi studenti.

Il campus ospiterà aule, laboratori, spazi per la ricerca e lo studio e una grande biblioteca ipogea, valorizzando le preesistenze storiche, tra cui il sedime dell’antica chiesa di Sant’Agostino. Sul piano ambientale, sono previsti impianti senza combustibili fossili; per favorire la mobilità ciclabile, il progetto contempla 1.510 posti per biciclette. «Il progetto non vive da solo, ma ha un impatto sulla logistica dell’università e della città», ha sottolineato Scuttari. Piave Futura contribuirà a riorganizzare le funzioni universitarie e a ricucire due parti del tessuto urbano, offrendo una nuova testimonianza del forte legame tra Ateneo e città e favorendo, attraverso alcune attività previste nel campus, anche le relazioni tra generazioni diverse.

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