Diario di bordo Palermo

Palermo, 19 maggio 2026

Patrimonio pubblico e cura: Palermo metropoli di cultura euromediterranea

Nel quinto workshop dell’Agenzia del Demanio, una riflessione su come orientare trasformazioni con l’etica della responsabilità, del progetto e della condivisione

Palermo, da custode di cultura a motore di innovazione, ha accolto il workshop dell’Agenzia del Demanio, rivolto a studenti, professionisti e ricercatori, nello splendido ed imponente spazio medievale della Sala delle Capriate del palazzo demaniale Chiaramonte Steri, presso l’Università degli Studi di Palermo. E’ la quinta tappa, dopo Mantova, Bologna, Firenze e Napoli, nell’ambito del ciclo “Responsabilità etica nella cura del patrimonio immobiliare dello Stato” realizzato in collaborazione con la rete delle Università, alleate nell’implementare una cultura condivisa tesa a sostenere la qualità della progettazione.

Una riflessione sulla città pubblica come una ibridazione di funzioni che favorisce la partecipazione dei cittadini alla vita degli spazi pubblici e la più ampia rigenerazione sociale di intere aree. Il ruolo dello Pubblico è strategico: una responsabilità condivisa e diffusa che permette di percepire lo spazio pubblico non distante, diversamente dal passato culturale ove è stato sempre considerato lontano ed eventualmente oggetto di speculazione.

Palermo - Zyz per i Fenici o Panormos per i Greci “grande approdo” - è un centro che vede una stratificazione di culture di dimensione mediterranea ed europea, considerando anche la componente araba e normanna. 

Ma è evidente che il suo trapasso, da vitale città-stato del mondo antico a capitale di un regno, sia pure interculturale a partire da Federico II, mostra sempre più, nei luoghi del potere, una tendenza alla cristallizzazione dello stesso. Passano i secoli ma chiese, palazzi dei regnanti o delle grandi famiglie latifondiste, marcano, pur nella variazione degli stili, una società quasi piramidale, fortemente controllata, nella quale il pubblico è sentito come alieno e controllore, "la strada è del Re". La sfida sta nel riannodare in forma dinamica la comprensione da un lato di questa dicotomia storica e dall'altro, favorire invece lo sviluppo e la partecipazione culturale, nelle varie forme, del patrimonio, che può diventare strumento di connessione fisica tra i quartieri, luogo di incontro per tutti i cittadini.

La cura del patrimonio pubblico è l’elemento di responsabilità su cui si fonda una profonda sinergia tra le istituzioni, lo sviluppo di processi rigenerativi, il cambiamento culturale dell’intera collettività che partecipa attraverso le nuove funzioni dell’immobile pubblico.

Un invito rivolto soprattutto ai giovani: ripensare la città pubblica come responsabilità condivisa, non come spazio distante o di nessuno. Un laboratorio di pensiero che unisce competenze e nuove generazioni per trasformare la conoscenza in azione.

Per i saluti istituzionali il rettore dell’Università degli Studi di Palermo, Massimo Midiri, ha sottolineato come la responsabilità etica nei confronti degli studenti non si esaurisca nella trasmissione del sapere ma coincida con la cura del futuro, intesa come responsabilità sistemica verso le generazioni più giovani. La presidente dell’Ordine degli Architetti PPC della Provincia di Palermo, Giuseppina Leone ha menzionato l’etica del professionista: la consapevolezza che ogni intervento incide su qualcuno di esterno a chi lo compie. Alessandra dal Verme, direttore dell’Agenzia del Demanio, ha raccontato il ruolo dell’Agenzia, chiamata a gestire un patrimonio immobiliare dello Stato composto da oltre 45.000 beni pubblici, che richiede una responsabilità non solo amministrativa, ma anche etica. Musei, uffici pubblici, caserme, conventi, carceri, torri e chiese costituiscono un patrimonio diffuso e complesso, l’obiettivo non è soltanto massimizzare il valore economico dei beni, ma generare impatto sociale e ambientale, restituendo alla collettività spazi che, se abbandonati, produrrebbero degrado e nuovi costi pubblici. In questa prospettiva, l’etica della condivisione diventa un criterio guida: il coinvolgimento di più attori, chiamati a contribuire nei diversi momenti del processo decisionale, rafforza la qualità delle scelte e aiuta a superare la complessità gestionale e amministrativa. Al centro resta l’obiettivo sostanziale: la tutela dell’interesse collettivo.

C’è poi l’etica della narrazione. Gaetano Savatteri, giornalista e scrittore, ha parlato di come la riconquista degli spazi pubblici non sia soltanto un’operazione urbanistica o patrimoniale, ma un passaggio culturale. «Vorrei partire da una domanda: che ruolo ha la narrazione nei processi di rigenerazione? E, soprattutto, può esistere un dinamismo rigenerativo in territori che spesso vengono raccontati come immobili?» incalza Savatteri. «Quando si parla di Sicilia, c’è una frase che tutti conosciamo, siciliani e non siciliani: “Tutto cambia perché nulla cambi”. La ripetiamo, la sentiamo ripetere, a volte quasi ce ne vantiamo». È una citazione alta, viene da Il Gattopardo: «il sistema creato dal Principe di Salina – racconta lo scrittore alla platea dei giovani universitari - non ha lasciato nulla sulla cittadina del suo feudo Palma di Montechiaro. Le case sono rimaste senza finestre, le fogne scorrono aperte e i ragazzini ci sguazzano dentro. Sono quei ragazzini che cresciuti, sono divenuti i killer di Levatino, emigranti o assassinati se si sono ribellati al sistema di potere succeduto al principe di Salina. La classe dirigente è cresciuta con un alibi ereditato dal principe di Salina: nulla può cambiare.

Tuttavia, faticosamente e a piccoli passi, la città di Palermo negli ultimi anni ha costruito una sua responsabilità etica. Ma proprio per il passato, legato alla storia che vi ho raccontato del Principe di Salina, ha ancor più bisogno del sostegno e della responsabilità etica del pubblico rispetto a un privato che spesso, inosservato, ha devastato lo spazio pubblico. 

La chiusura dello Stato e l’abbandono dell’immobile pubblico in questo scenario è ancor grave della chiusura del privato, perché lo Stato è l’unico che può dare vero sostegno allo sviluppo del territorio sulla base di una relazione di fiducia e di etica del bene collettivo».

Fabrizio Tucci, professore universitario a La Sapienza di Roma e responsabile della Qualità della Progettazione Agenzia del Demanio illustra la costruzione del Piano Città di Palermo che parte dalle analisi conoscitive del territorio e giunge a inquadrare gli immobili pubblici del piano nell’ambito degli obiettivi strategici della Città. Il Piano Città degli immobili pubblici vuole essere un atto etico contro l'immobilismo, la risposta pratica a una domanda di cura che i territori aspettano da troppo tempo. Agire è complesso. Il Piano Città di Palermo ha messo insieme 18 attori sul territorio (istituzioni, enti, università, comunità) rendendo il processo più sfidante ma anche più ricco. Questa complessità non viene evitata né semplificata, l’intento è governarla. È qui che l'università diventa fondamentale come soggetto che porta un approccio intersettoriale e multidisciplinare, capace di leggere i bisogni del contesto e mettere in relazione risorse materiali e immateriali che nessun singolo attore potrebbe coordinare da solo.

Le azioni improntate da una responsabilità etica non vanno solo dichiarate ma vanno misurate nelle loro ricadute ambientali e sociali.

Il Piano Città introduce strumenti concreti di accountability:

  • L'utente al centro, come obiettivo normato e non come slogan
  • La certificazione dei processi, per garantire qualità e trasparenza in ogni fase
  • I tempi di attuazione come indicatore fondamentale perché un progetto che non si realizza non cura nessuno
  • I KPI di cui l'Agenzia del Demanio si è dotata, per misurare e misurarsi

Misurare significa assumersi una responsabilità pubblica verso i risultati, non solo verso le intenzioni. Il Piano Città non sostituisce i piani urbanistici esistenti: si affianca ad essi, con una funzione diversa.

L'obiettivo finale è tanto concreto quanto simbolico: restituire bellezza a beni trascurati. Perché la cura degli spazi pubblici è anche cura dell'identità di una città e del senso di appartenenza dei suoi abitanti.

Per Maurizio Carta, professore dell’Università degli Studi di Palermo e assessore alla Rigenerazione urbana, sviluppo urbanistico e mobilità sostenibile del Comune di Palermo, «volendo modificare le istituzioni dall’interno, bisogna avere il coraggio di cambiare, ed essere dirompenti nel quadrato semiotico dell’etica del manager pubblico.

L’etica della responsabilità di agire e decidere, del progetto con una azione che si misuri, della condivisione indispensabile alla costruzione, della narrazione per costruire nuove condizioni. Il Piano Città degli Immobili Pubblici, proposto dall’Agenzia del Demanio, agisce per coproduzione, per interazione. Si configura come una pianificazione adattabile, flessibile, incrementale, fatta di sperimentazioni monitorate che vanno adattandosi.

La città non è immutabile, dunque, necessita di una flessibilità di approccio che tenga tra l’altro conto che oggi nelle città covivono otto generazioni diverse, dai centenari ai neonati: per chi è progettata la città? È necessario pensare, soprattutto negli immobili pubblici, a spazi aperti e flessibili, che possano accogliere più fabbisogni.

Solo per fare un esempio su due interventi del piano città: Palazzo delle Finanze e Palazzo della Zecca possono costituire un “sistema prototipo” del centro di Palermo. L’obiettivo principale è soddisfare tre dimensioni: quella abitativa, quella sociale e quella lavorativa.

L’importante è che gli edifici siano collegati e non frammentati nel loro uso, per generare una rigenerazione urbana dell’intera area che vada dalla marina ai due Palazzi, fino ai giardini della piazza attigua».

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