Entrando nell’Aula Magna del Rettorato della Sapienza Università di Roma, una frase tratta dalle Odi di Orazio sovrasta il murale “L’Italia tra le Arti e le Scienze” di Mario Sironi: «L'educazione accresce il vigore naturale e una retta cultura irrobustisce gli animi». In quella stessa Aula Magna, che lo scorso maggio ha accolto Papa Leone XIV – con l’esortazione agli universitari «Studiate, coltivate, custodite la giustizia!» e il richiamo a passare all’azione per la cura del creato –, il confronto promosso dall’Agenzia del Demanio si è concentrato sulla cura del patrimonio pubblico come bene comune. «Il patrimonio non è soltanto ciò che abbiamo ricevuto, ma anche ciò che continuiamo a far vivere, nel rispetto della sua vocazione, della sua natura e della sua conformazione originaria. In questa sala, da quasi un secolo, la storia della nostra Università incontra nuove idee, nuove persone, nuove generazioni. La sua bellezza non è rimasta confinata al passato, ma continua ad accompagnare la vita di tutta la nostra comunità e non solo».
Con queste parole Antonella Polimeni, rettrice della Sapienza Università di Roma, ha aperto il workshop “Responsabilità etica per la cura del patrimonio immobiliare dello Stato”, tappa del ciclo di incontri promosso in collaborazione con le università e dedicato alla valorizzazione del patrimonio pubblico.
Al centro dell'intervento, la ricerca di un equilibrio tra conservazione e trasformazione, tra memoria storica e nuove esigenze della collettività. «Conservare è indispensabile, ma custodire un edificio non può significare semplicemente sottrarlo al cambiamento fino a renderlo addirittura inaccessibile o incapace di rispondere ai bisogni delle persone». In questa direzione si inserisce la collaborazione tra la Sapienza Università di Roma e l’Agenzia del Demanio. Un rapporto che, come ha evidenziato Polimeni, «non è soltanto una convergenza di principi», ma unisce competenze scientifiche e responsabilità pubbliche al servizio della collettività.
«Nessuna istituzione da sola sarebbe in grado di affrontare una sfida di questa portata», ha sottolineato Polimeni, ribadendo l'importanza della collaborazione tra diverse amministrazioni. Passando dalla scala urbana a quella architettonica, la rettrice ha richiamato anche il recupero dello scalone monumentale del Rettorato della Sapienza, che ha conciliato sicurezza strutturale, conservazione dei materiali storici e rispetto dell'architettura originaria, restituendo alla comunità universitaria uno dei suoi luoghi più rappresentativi. «Abbiamo recuperato un’opera architettonica ma soprattutto abbiamo restituito alle persone un luogo nel quale andarsi a riconoscere», ha ricordato la rettrice, sottolineando il valore sociale e identitario dell'intervento. «Il patrimonio immobiliare dello Stato deve essere al servizio della persona e la sua trasformazione creare valore economico, ambientale e culturale destinato anche alle generazioni future». È la visione delineata da Alessandra dal Verme, direttore dell'Agenzia del Demanio, che ha sottolineato la necessità di ripensare l’uso del patrimonio pubblico alla luce delle crisi geopolitiche, dell'emergenza climatica e delle innovazioni tecnologiche, ponendo al centro la persona. Un principio che trova fondamento nella Costituzione, nella centralità della dignità umana.
La valorizzazione del patrimonio immobiliare pubblico può concorrere alle strategie di rigenerazione e sviluppo urbano. I fattori abilitanti sono innanzitutto la conoscenza, l’impiego delle tecnologie più avanzate e l’integrazione di competenze multidisciplinari, che l’Agenzia acquisisce attraverso la collaborazione con università ed enti di ricerca.
Il Piano Città degli immobili pubblici è lo strumento adottato per condividere con gli enti territoriali le destinazioni d’uso del patrimonio, i requisiti ambientali ed energetici e gli impatti sociali e culturali degli interventi, in coerenza con la pianificazione urbanistica vigente o in variante. «Non si aggiunge alle pianificazioni del territorio», ha precisato dal Verme, «ma le integra ampliando le potenzialità dell’immobile pubblico». La dimensione etica risiede nella qualità del progetto e nel suo contributo a una visione rigenerativa della città.
«Non dobbiamo rigenerare l'immobile, ma l'intero contesto, attraverso la progettazione. L'obiettivo è restituire funzioni rinnovate a edifici spesso inutilizzati, per dare soluzioni alle nuove esigenze abitative, di relazioni con spazi culturali e servizi, per creare uffici pubblici più efficienti», ha ribadito il direttore. Diversi i progetti illustrati: dalla trasformazione di Palazzo San Felice a Roma, destinato a ospitare dal 2027 la nuova Biblioteca di Archeologia e Storia dell'Arte, al recupero delle ex carceri di Sassari, Cagliari e Perugia; dai laboratori universitari nell'ex convento di Santa Scolastica a Rieti alla rigenerazione della Vela di Calatrava a Tor Vergata, cantiere abbandonato dell'ex Città dello Sport e restituito ai cittadini attraverso un importante intervento di riqualificazione, con la prospettiva di una Green City dedicata alla salute, alla ricerca e alla formazione. Particolare attenzione è stata dedicata alla sostenibilità, all'adattamento climatico e all'innovazione digitale, anche negli edifici storici vincolati. Tra gli esempi, il progetto della Basilica di Santa Maria degli Angeli e dei Martiri a Roma, dove il restauro e la nuova illuminazione si accompagnano all'installazione di pannelli fotovoltaici.
Per Edo Ronchi, già ministro dell’Ambiente e oggi presidente della Fondazione per lo sviluppo sostenibile, la crisi climatica rappresenta una delle principali sfide ambientali del nostro tempo, insieme «al consumo insostenibile delle risorse naturali e alla perdita di biodiversità». Per affrontarla non bastano le soluzioni tecnologiche: servono conoscenza scientifica, consapevolezza e responsabilità etica, perché la questione riguarda non soltanto le politiche ambientali, ma il modello stesso di sviluppo. «L'attuale crisi climatica non può in nessun caso essere considerata un'opinione. È una sfida ineludibile, dalla quale non possiamo prescindere», ha sottolineato Ronchi, richiamando le evidenze scientifiche sul riscaldamento globale e mettendo in guardia dalla diffusione di posizioni negazioniste. L'obiettivo di contenere l'aumento della temperatura media globale entro 1,5 °C, previsto dall'Accordo di Parigi, appare sempre più difficile da raggiungere. Ma questo non giustifica l'inazione: ogni riduzione delle emissioni contribuisce a limitarne gli effetti e ogni Paese è chiamato ad assumersi le proprie responsabilità, indipendentemente dalle scelte degli altri. «Se ciascuno pensa soltanto al proprio interesse, arriveremo a una catastrofe comune. Non c'è più tempo per aspettare che siano gli altri a tagliare le emissioni». Un richiamo che riguarda anche l'Italia, dove, secondo i dati citati da Ronchi, il ritmo di riduzione delle emissioni non sarebbe sufficiente a raggiungere gli obiettivi al 2030. Ancora, la decarbonizzazione, ha evidenziato, non è necessariamente un ostacolo alla crescita economica: l'esperienza europea mostra come sviluppo e riduzione delle emissioni possano procedere insieme, mentre la dipendenza dai combustibili fossili espone le economie alla volatilità dei prezzi e all'insicurezza degli approvvigionamenti. Efficienza energetica, economia circolare, elettrificazione e fonti rinnovabili sono strumenti già disponibili per accelerare la transizione, ancora frenata dal peso economico dell'industria fossile e dagli equilibri geopolitici.
Accanto alla mitigazione, l'altra priorità è l'adattamento agli effetti di una crisi climatica già in corso. «Non possiamo continuare a parlare soltanto di maltempo o di eventi eccezionali. Dobbiamo prendere coscienza del carattere duraturo degli impatti della crisi climatica e del loro probabile aggravamento». Diventa quindi necessario ridurre la vulnerabilità di territori, edifici e infrastrutture, integrando le misure di adattamento nelle strategie di trasformazione urbana. È in questa prospettiva che il patrimonio immobiliare pubblico può assumere un ruolo strategico. Gli interventi di recupero e rigenerazione rappresentano un'occasione per migliorare la resilienza degli edifici e la qualità ambientale e sociale dei territori. L'adattamento, tuttavia, non produce soltanto benefici ambientali. Può migliorare la qualità degli spazi pubblici, la sicurezza e il benessere delle comunità, con effetti particolarmente rilevanti per le fasce di popolazione più vulnerabili, spesso maggiormente esposte agli impatti climatici e con minori risorse per proteggersi. Da qui la necessità di criteri di priorità capaci di coniugare sostenibilità ambientale ed equità sociale. «Dobbiamo imparare a riconoscere e valutare la molteplicità di benefici».
«Il patrimonio riconcilia in qualche modo l'ambiente con ciò che è la nostra identità, rigenera città e regioni, attraverso il riuso adattativo degli edifici storici e la ricerca di un equilibrio tra accessibilità, turismo sostenibile e tutela», ha spiegato Paolo Carafa, professore di Archeologia classica e prorettore per i Beni archeologici della Sapienza. In particolare, il patrimonio culturale è una realtà esistente alla quale si applicano diverse dimensioni della sostenibilità: quella energetica, dei consumi – con particolare attenzione al risparmio idrico – e delle emissioni; quella relativa al verde; quella della governance, dell'organizzazione e dei processi gestionali; quella degli acquisti, attraverso la selezione di prodotti e fornitori; e infine quella dei cantieri. Tre le dimensioni da considerare: la conservazione dei beni, la loro valorizzazione culturale ed economica e la ricostruzione dei contesti storici e territoriali di appartenenza. È soprattutto quest'ultimo aspetto ad assumere un ruolo decisivo: ogni monumento, reperto o testimonianza appartiene a un sistema più complesso, le cui relazioni devono essere ricostruite per comprenderne pienamente il valore. «Se noi non concepiamo ciò che difendiamo come parte di un intero che non vediamo più ma possiamo conoscere, non riusciremo a estrarre completamente quel valore culturale». Per Carafa, la sfida consiste nel ricomporre, attraverso fonti, documenti e dati, le relazioni tra beni, luoghi e trasformazioni storiche, superando la separazione tra ricerca e intervento e facendo del patrimonio una componente attiva delle strategie di trasformazione territoriale, grazie al coinvolgimento di istituzioni, comunità, ricercatori e investitori.
Conoscere ogni parte, fino ai suoi elementi più minuti, non basta dunque a comprendere il tutto: occorre cogliere il rapporto reciproco tra le parti e il loro fine, che, come insegna Leopardi, non possono essere compresi attraverso la sola ragione, ma richiedono anche immaginazione e sentimento.
A sostegno di questa riflessione sull'etica della conoscenza applicata al patrimonio culturale e sul passaggio dalle parti al tutto, Carafa richiama un passo dello Zibaldone di Giacomo Leopardi, datato 22 agosto 1823: “Chiunque esamina la natura delle cose colla pura ragione, senz’aiutarsi dell’immaginazione né del sentimento, né dar loro alcun luogo, … e non potrà mai dalle sue osservazioni e dalla sua analisi tirare una grande e generale conseguenza, né stringere e condurre le dette osservazioni in un gran risultato … Io voglio anche supporre ch’egli arrivino colla loro analisi fino a scomporre e risolvere la natura né suoi menomi ed ultimi elementi, e ch’egli ottengano di conoscere ciascuna da sé tutte le parti della natura. Ma il tutto di essa, il fine e il rapporto scambievole di esse parti tra loro e di ciascuna verso il tutto, e l’intenzion vera e profonda della natura, quel ch’ella ha destinato, … la cagion finale del suo essere e del suo esser tale, il perché ella abbia così disposto e così formato le sue parti… è impossibile il ritrovarle e l’intenderle a chiunque colla sola ragione analizza ed esamina la natura”.
Fabrizio Tucci, ordinario di Progettazione ambientale alla Sapienza e responsabile dell’area della Progettazione e della Qualità della progettazione dell’Agenzia del Demanio, ha illustrato il metodo con cui l’Agenzia traduce gli obiettivi di sostenibilità in interventi sul patrimonio pubblico, integrando qualità ambientale, responsabilità sociale, innovazione progettuale e misurazione degli impatti. I risultati illustrati riguardano circa 500 interventi in corso di attuazione e indicano un incremento del 70% dell’energia prodotta da fonti rinnovabili, pari a circa 15mila MWh annui, e una riduzione del 69% dei consumi di energia primaria, con un risparmio stimato di 69mila MWh all’anno. Tutti gli interventi prevedono il consumo di suolo zero e, nel 65% dei casi, anche il recupero di superfici già consumate. Si aggiungono un aumento del 45% delle superfici verdi, misure di adattamento climatico nel 75% dei progetti e interventi di mitigazione nel 100% dei casi. «L’Agenzia del Demanio sta lavorando a consumo di suolo zero», ha sottolineato Tucci, spiegando che anche le nuove costruzioni sono accompagnate da interventi di sostituzione e compensazione per evitare un’ulteriore impermeabilizzazione del suolo.
Alla base, un approccio di progettazione multiscalare, pluridisciplinare e intersettoriale, fondato sulla conoscenza dei contesti e dei bisogni. «Spesso si fa efficienza, si fa efficacia, ma non si produce soddisfazione», ha osservato Tucci, richiamando l’importanza della qualità degli spazi e dell’esperienza degli utenti, oltre alle prestazioni tecniche ed economiche. Il modello dell’Agenzia si articola in dieci assi strategici, che spaziano dalla neutralità e dalla resilienza climatica alla circolarità delle risorse, dalla transizione energetica alla tutela del patrimonio storico-culturale, fino all’accessibilità, alla partecipazione e alla rigenerazione urbana. Ambiti che tengono insieme la responsabilità climatica e la dimensione culturale, rappresentate rispettivamente dagli interventi di Ronchi e Carafa. Due i principali strumenti di attuazione: i Piani Città degli immobili pubblici, che mettono in relazione patrimonio, amministrazioni e bisogni territoriali, e i masterplan, che integrano gli interventi nel contesto urbano anche in assenza di un Piano Città. Sono 40 i Piani Città firmati, con l’obiettivo di arrivare a 65 entro il 2028. Roma non dispone di un Piano Città, ma procede attraverso masterplan, tra cui quelli di Porta Portese, dell’ex caserma Donato al Trullo, del compendio dell’Ottavo Cerimant a Tor Sapienza e dell’area della Vela di Calatrava a Tor Vergata, oltre al programma di riqualificazione del Policlinico Umberto I. Su quest’ultimo intervento, Tucci si è soffermato sul modello di governance: una cabina di regia e un tavolo tecnico hanno coinvolto circa 80 professionisti di diverse amministrazioni, consentendo di predisporre, in meno di quattro mesi, un documento di indirizzo alla progettazione di 250 pagine e un masterplan composto da 200 tavole. Il tutto propedeutico a un concorso che sarà bandito a breve. È invece ormai aggiudicato il concorso per la nuova sede del ministero dell’Ambiente all’Eur, un progetto che ripensa l’ufficio pubblico attraverso il linguaggio dell’architettura contemporanea e della sostenibilità avanzata. Le simulazioni indicano, in assenza di interventi, un aumento fino a 6 °C della temperatura massima percepita nell’area entro il 2070. Infine, il progetto della Basilica di Santa Maria degli Angeli integra rilievi BIM, interventi sulle coperture, restauro delle vetrate, riqualificazione impiantistica e nuovi spazi per attività culturali, coniugando tutela del patrimonio, innovazione e nuove possibilità di fruizione. A moderare il workshop, Paola Pierotti di PPAN Academy.