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Dalla memoria storica e industriale alla vocazione museale, dalla ricerca al clima: a Torino il workshop dell’Agenzia del Demanio mette al centro gli immobili pubblici come strumenti di cura per la città

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Torino, città dall’anima industriale e culturale, culla di prestigiose istituzioni universitarie, è oggi chiamata a una rinnovata apertura verso le vocazioni che caratterizzano la sua società e la sua economia: la ricerca, l’innovazione, la formazione, la cultura. Prima capitale d’Italia e dimora dei Savoia, affacciata sulle Alpi e rivolta verso l’Europa, di cui è porta e crocevia, reca ancora nelle sue piazze e nei suoi palazzi il segno di una storia che ha contribuito a fare l’Unità del Paese. Per lungo tempo patria della manifattura, con le sue officine e il battito ritmico delle fabbriche, tra cui la storica ex Manifattura Tabacchi, cuore operoso del lavoro cittadino, Torino custodisce la memoria e un patrimonio culturale in continuo dialogo con il presente: nelle sale del Museo Egizio, custode silenzioso di millenni di storia lungo le rive del Nilo, il passato più remoto incontra lo sguardo di oggi. È proprio nelle aule dei suoi atenei, dove il sapere si fa cammino e generazioni di studenti intrecciano pensiero e futuro, che la conoscenza trova la sua dimora più naturale. In questo contesto, nell’Auditorium del Complesso Aldo Moro si è tenuto il workshop “Responsabilità etica per la cura del patrimonio immobiliare dello Stato”, promosso dall’Agenzia del Demanio in collaborazione con l’Università di Torino e il Politecnico di Torino. Il confronto ha invitato a ripensare i beni pubblici come risorsa strategica per rispondere ai bisogni delle nuove generazioni, rafforzare l’identità culturale, accompagnare la transizione ecologica e accrescere la capacità di adattamento alla crisi climatica. Al centro, il valore e le possibilità di trasformazione degli immobili pubblici, considerando anche gli oneri legati al mantenimento degli edifici inutilizzati e il costo delle opportunità mancate in termini di servizi, qualità urbana e sviluppo del territorio.

Durante i saluti istituzionali, la rettrice dell’Università di Torino Cristina Prandi ha richiamato la responsabilità di stabilire le priorità nelle decisioni e le sfide legate alla sicurezza, alla sostenibilità e alla qualità degli spazi universitari, pensati per accogliere studenti e ricercatori e rispondere alle esigenze della comunità scientifica e della collettività. Per Prandi, la responsabilità etica implica uno sguardo rivolto al futuro e agli impatti sulla comunità, anche in relazione alla città e alla necessità di nuove infrastrutture, da realizzare attraverso la sinergia tra istituzioni e università. Le ha fatto eco Elena Maria Baralis, prorettrice del Politecnico di Torino, che ha ricordato la collaborazione dell’ateneo con la pubblica amministrazione, menzionando il tavolo tecnico appena avviato con il Museo Egizio sulla gestione e il restauro del bene. Baralis ha quindi sottolineato l’importanza di superare la logica della sola gestione immobiliare, facendo dei beni dello Stato una leva di sviluppo, inclusione e benessere, a partire dai bisogni dei cittadini.

Questo cambio di paradigma è stato illustrato dal direttore dell’Agenzia del Demanio, Alessandra dal Verme, che ha indicato nella cura il principio guida dell’azione dell’ente, in una visione che pone al centro le persone: «Il patrimonio è uno strumento per curare le persone, per curare la città, per curare la collettività», ha spiegato, sottolineando la necessità di passare da una logica di «gestione» a un approccio capace di generare valore per la collettività. È la stessa cura attiva che favorisce ricerca, conoscenza e innovazione, genera qualità ambientale e produce cultura e il suo diffuso apprezzamento. Torino, ha osservato dal Verme, è una città mitteleuropea, con una forte presenza universitaria e un sistema museale profondamente identitario per la città, per il Paese e per l’Europa intera. I beni pubblici, che richiamano la sua storia e il suo passato fortemente industriale, mirano a trasformarsi per creare valore per la collettività. 

È in questo quadro che si inserisce il Piano Città degli immobili pubblici, strumento di analisi, pianificazione e indirizzo alla progettazione, che mette in relazione le potenzialità del patrimonio statale con le strategie di sviluppo urbano, attraverso il dialogo con amministrazioni locali, Università e istituzioni. «Non è una nuova pianificazione della città, ma è capace di raccordare gli immobili con i diversi livelli di pianificazione urbana, progettazione ambientale, per farli diventare leva dei processi di rigenerazione e sviluppo della città». Sono 40 i Piani Città già realizzati, con l’obiettivo dichiarato di arrivare a 65 entro il 2028, un insieme che rappresenta circa il 90% della popolazione urbana. «Ci dobbiamo domandare cosa possiamo fare con il nostro patrimonio per creare valore sui territori, per dare un contributo di tipo rigenerativo e non solo conservativo», ha osservato Dal Verme.

Il Direttore ha richiamato l’importanza della qualità progettuale, della multidisciplinarietà e della trasformazione digitale. Dal BIM, adottato nella sua versione più evoluta su tutti i beni vincolati – dalle chiese ai musei –, alla gestione informatizzata degli edifici, gli strumenti digitali consentono di governare e innovare un patrimonio di circa 45mila immobili. Fondamentale anche la collaborazione con il mondo universitario, per integrare competenze ambientali, climatiche, storiche e sociali: l’Agenzia opera in rete con le università e gli enti di ricerca dei territori in cui sono stati sviluppati i Piani Città. Il cambiamento climatico, ha ricordato dal Verme, è oggi diventato crisi climatica, e i bandi di gara devono orientare i progettisti verso le azioni indispensabili per il territorio. Una responsabilità etica, radicata nei principi costituzionali, che richiede una conoscenza approfondita dei luoghi e delle loro specificità: «Dobbiamo attivare questa responsabilità nelle scelte che facciamo. Attivare questa responsabilità nelle scelte vuol dire conoscere bene il contesto in cui agiamo». Una cura che si traduce in risposte concrete ai fabbisogni, dalla trasformazione delle caserme in residenze e luoghi di relazione alla realizzazione di sedi per una pubblica amministrazione che si rinnova.

A Torino, la caserma Amione diventa così polo di giustizia, mentre l’ex palazzo della Regione, riacquistato dallo Stato, è oggi sede della Corte dei conti. Il Piano Città degli immobili pubblici, che comprende il progetto di trasformazione della Manifattura Tabacchi in polo multifunzionale, dimostra come la valorizzazione del patrimonio pubblico debba superare la scala del singolo edificio per inserirsi in una visione più ampia del contesto urbano.

Recuperare il patrimonio immobiliare pubblico non significa quindi soltanto restituire una funzione agli edifici inutilizzati. Filippo Salucci, direttore Strategie Immobiliari, Sostenibilità e Innovazione dell’Agenzia del Demanio, ha affrontato il costo del mancato riuso e i benefici che la rigenerazione può produrre per la collettività attraverso un nuovo modello di valutazione degli investimenti. Alla tradizionale analisi economico-finanziaria l’Agenzia affianca un modello che contabilizza anche le esternalità socio-territoriali e ambientali. Tre le direttrici di intervento: utilizzo della finanza pubblica, coinvolgimento di capitali privati attraverso partenariati pubblico-privati e concessioni di valorizzazione, monitoraggio dei programmi nazionali.

Il caso studio dell’ex Manifattura Tabacchi del capoluogo piemontese rende evidente la portata di questo approccio. Su un orizzonte di vent’anni, con un tasso di attualizzazione del 3%, l’analisi finanziaria standard restituisce un vantaggio dell’ipotesi di investimento rispetto a quella inerziale pari a circa 47,2 milioni di euro. Considerando anche gli effetti sull’occupazione, la sostenibilità ambientale, lo sviluppo territoriale e la coesione sociale, il beneficio differenziale sale a circa 57,9 milioni di euro. Si tratta di risultati del modello valutativo presentato dall’Agenzia, non di benefici economici già realizzati.

Questa prospettiva invita a superare una lettura degli immobili pubblici fondata esclusivamente sui costi di investimento e di gestione, includendo anche quelli prodotti dall’inutilizzo. Un edificio abbandonato continua infatti a generare spese di custodia, manutenzione e sicurezza, ma può anche contribuire al degrado urbano, alla perdita di attrattività dei quartieri e all’indebolimento dell’offerta di servizi. La sua riqualificazione, al contrario, può migliorare la qualità urbana, rafforzare le relazioni sociali, valorizzare l’identità dei luoghi e sostenere nuove opportunità per cittadini e studenti. 

Salucci ha illustrato il programma Student housing che punta a contribuire alla riduzione del disagio abitativo di studenti e ricercatori, anche attraverso il recupero di complessi pubblici destinati a ospitare funzioni miste. Nell’ambito dei Piani Città, la strategia prevede di destinare il 10% delle superfici a student e social housing e il 7% a spazi per la ricerca universitaria. A Torino, il recupero dell’ex Manifattura Tabacchi prevede oltre 300 posti letto, all’interno di un complesso che integra residenze, spazi comuni e servizi, secondo una visione sintetizzata nell’espressione «abitare, studiare, lavorare, rigenerare».

Anche il museo è chiamato a ripensare il proprio ruolo di fronte all’emergenza climatica e alle trasformazioni sociali, superando la tradizionale funzione di conservazione e valorizzazione del patrimonio per diventare un presidio di sostenibilità, inclusione e cura delle comunità.

È la riflessione proposta da Paolo Giulierini, etruscologo e direttore museale: «Non si tratta di concepire il museo come un’isola felice a prescindere da quello che accade fuori», ma di «costruirlo come esempio, a scala ridotta, di luogo di corretti principi e comportamenti», in coerenza con l’Agenda 2030 e in costante relazione con la città. Un percorso che richiede coerenza e gradualità e che deve partire dall’interno: «In prima battuta il museo deve essere il luogo del benessere professionale», ha sottolineato Giulierini, perché le persone sono i primi veri beni culturali del museo, secondo un’idea visionaria già di Olivetti. Significa garantire condizioni di lavoro e sicurezza adeguate, ma anche tutelare persone e opere dall’inquinamento che circonda gli edifici. A questo si affianca una concreta transizione ecologica, fatta di risparmio energetico, fonti rinnovabili, ripristino delle fontane, ritorno delle api, verde sostenibile e merchandising in materiali naturali. Un impegno che non può limitarsi agli aspetti tecnici, perché «esiste una coerenza culturale nell’azione green del museo», da tradurre nella narrazione: i musei devono raccontare che cosa è stato l’uomo fin dai primi Sapiens, il suo rapporto con l’ambiente e le risorse. Come ha fatto il Museo Egizio, si può anche raccontare come gli Egizi affrontassero il caldo. Secondo Giulierini, la pandemia, che ha risvegliato egoismi e incapacità di fare rete, e le crisi internazionali, con i rincari energetici e l’aumento dei prezzi, hanno rafforzato la necessità di una missione sociale ed etica: i musei devono tendere la mano attraverso strumenti democratici di partecipazione, sostenere le reti territoriali, favorire l’accessibilità e, come le Muse che scendono dall’Elicona, andare incontro alle persone, anche nelle carceri, negli ospedali e nelle periferie. «Il museo ecologico non esiste se non c’è museo sociale». In questa prospettiva, il museo può contribuire a rivitalizzare il «tessuto epidermico urbano», favorendo la rigenerazione sociale, urbana e culturale e producendo effetti positivi sulla comunità, oggi almeno in parte misurabili. «Entrare in questo “magico territorio”, dove si sta bene, è forse la cosa più appagante», perché «è qui che si annodano i fili invisibili del legame con la comunità, che diviene oggetto di “cura”». Resta tuttavia una dimensione irriducibile agli indicatori: «Le emozioni che vi si vivono non si possono misurare e, forse, questa è proprio la cosa più bella». È soprattutto nel rapporto con le persone che emerge il valore del museo come luogo di cura.

Tradurre i dati climatici in strumenti operativi per orientare le decisioni sul patrimonio immobiliare, passando dalla scala territoriale a quella del singolo edificio, è la sfida illustrata da Paola Mercogliano, ricercatrice della Fondazione Centro Euro-Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici (Cmcc). Mercogliano ha presentato il lavoro sviluppato in collaborazione con l’Agenzia del Demanio per integrare il rischio climatico nella pianificazione e gestione degli immobili pubblici. «C’è troppa difficoltà a fare entrare il cambiamento climatico nei processi decisionali», ha sottolineato la studiosa, richiamando la necessità di rafforzare la collaborazione tra ricerca scientifica, amministrazioni e professionisti. 

L’adattamento non può infatti limitarsi alla valutazione dei fenomeni atmosferici, ma deve considerare anche l’esposizione e la vulnerabilità dei territori, degli edifici e delle persone che li abitano. Un approccio che chiama in causa anche la giustizia climatica, con l’obiettivo di ridurre le disuguaglianze attraverso le trasformazioni necessarie. La ricercatrice ha illustrato lo strumento dedicato all’analisi del rischio climatico per l’adattamento del patrimonio immobiliare, sviluppato con il Demanio. La metodologia combina modelli climatici ad alta risoluzione, caratteristiche degli immobili e scenari al 2050, per supportare la definizione delle priorità di intervento. Tra i fenomeni considerati figurano ondate di calore e di freddo, precipitazioni intense, tempeste di vento e siccità.

Un elemento decisivo è la gestione dell’incertezza scientifica, che deve diventare parte integrante delle scelte progettuali. «Il nostro scopo è quello di creare informazioni, perché certo non possiamo avere la pretesa che tutti quanti siano in grado di utilizzare un dato climatico complesso», ha spiegato Mercogliano, evidenziando il valore dei servizi climatici come risorse accessibili a chi opera sul territorio. «Lavorare insieme, costruire dei tool multidisciplinari che siano immediatamente utilizzabili» è la condizione per rendere efficaci le strategie di adattamento.

Fabrizio Tucci, responsabile Area Qualità della Progettazione dell’Agenzia del Demanio, ha presentato i dieci assi strategici Esg adottati: cinque dedicati alle questioni ambientali, quattro agli aspetti sociali e culturali e uno alla rigenerazione, intesa come sintesi trasversale degli altri obiettivi. Tra le priorità, la mitigazione e l’adattamento ai cambiamenti climatici, la riduzione del consumo di suolo, il mix funzionale e il recupero della prossimità urbana. Per tradurre questi principi in interventi concreti, l’Agenzia ha sviluppato un sistema di categorie di azioni progettuali e indicatori di risultato, finalizzato a costruire un linguaggio condiviso tra tecnici interni e professionisti esterni, oltre a una collaborazione con lo stesso Cmcc. Due gli strumenti operativi principali: i Piani Città degli immobili pubblici e i masterplan, che consentono di leggere ogni progetto nel contesto urbano, superando la logica delle operazioni isolate. A chiudere il confronto, due contributi dal mondo universitario. Gianluca Cuniberti, prorettore dell’Università degli Studi di Torino, ha evidenziato il ruolo degli Atenei nella valorizzazione degli immobili pubblici per contribuire a ripensare gli spazi dismessi come luoghi di produzione culturale, ricerca, formazione e lavoro qualificato. Carlo De Regibus, docente e design manager del masterplan del Politecnico di Torino, ha posto l’accento sul contributo delle Università ai processi di trasformazione urbana, dal recupero degli edifici esistenti alla realizzazione di nuovi campus. Un percorso che richiede progettualità flessibili, capaci di misurarsi con tempi lunghi e scenari in evoluzione, e la più volte richiamata collaborazione strutturata tra atenei, amministrazioni e territorio.

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