Misurare la trasformazione delle città significa valutarne gli impatti, senza perdere di vista il ruolo dell’etica nelle scelte della pubblica amministrazione per la gestione e la valorizzazione del patrimonio pubblico. A Bologna, il secondo workshop promosso dall’Agenzia del Demanio, in partnership con l’Alma Mater Studiorum – Università di Bologna, ha assunto il caso concreto delle caserme dismesse come punto di partenza per tracciare un percorso di azione e di cambiamento che possa servire da modello per altri asset e per altre città.
Il confronto ha messo in luce un punto decisivo: la rigenerazione urbana non è soltanto una questione tecnica, ma un esercizio di responsabilità condivisa. Chiama in causa l’università come spazio di pensiero critico, l’architetto come interprete dei bisogni collettivi, le istituzioni come presidio di cura e indirizzo pubblico.
Al centro, i giovani: non destinatari passivi delle trasformazioni, ma soggetti capaci di immaginare nuove centralità, nuovi usi e nuovi significati per la città.
Il patrimonio pubblico, in questa prospettiva, non coincide solo con ciò che è già costruito o disponibile: è una risorsa potenziale. Sta alla qualità delle scelte, e alla forza della visione, trasformarlo in opportunità per le comunità.
«Quando si parla di patrimonio pubblico — 45mila beni gestiti dall’Agenzia del Demanio — il rischio è ridurlo a una dimensione amministrativa: gestione, valorizzazione, dismissione. Ma questa lettura, da sola, è insufficiente. Presuppone che le decisioni possano essere prese in modo neutro, quasi automatico, come se bastasse ottimizzare risorse e funzioni. In realtà, ogni scelta su un bene pubblico è una scelta politica, culturale e relazionale», spiega Alessandra dal Verme, direttore dell’Agenzia del Demanio. Ed è proprio qui che bisogna impegnarsi per non fare aprire una frattura: la distanza tra lo Stato e chi lo vive.
In questo processo contribuiscono ad ampliare e condividere i saperi, contrastando il rischio di decisioni autoreferenziali e favorendo approcci più aperti e partecipati. Prima ancora delle funzioni, al centro vengono poste le relazioni. «L’idea che l’economia sia il motore primario delle trasformazioni urbane viene reinterpretata. Prima dell’economia, ci sono le relazioni. Quando si rompono — tra persone, istituzioni, territori — si generano fratture profonde. La guerra, in questa prospettiva, è l’esempio estremo: una rottura delle relazioni tra Stati, ma anche tra sistemi economici», interviene ancora dal Verme.
Dunque, il patrimonio pubblico è una delle principali risorse del Paese. Non solo per valore economico, ma per cultura e identità. Ogni bene pubblico è una stratificazione di storia, cultura, decisioni collettive. È una rappresentazione materiale di ciò che il Paese è stato e può diventare. «Il punto non è conservarlo passivamente, ma attivarlo: renderlo accessibile, adattabile, capace di accogliere funzioni nuove senza perdere significato. Innovare senza cancellare, trasformare senza banalizzare. Non è un equilibrio automatico. Richiede competenze, visione e — soprattutto — responsabilità», chiosa il direttore.
L’urbano diventa quindi uno dei principali luoghi in cui la crisi climatica si manifesta — ma anche il luogo in cui può essere affrontata.
La relazione tra cambiamento climatico, natura e patrimonio pubblico parte da una constatazione concreta: le città concentrano consumi energetici, impermeabilizzazione del suolo, emissioni, fragilità sociali e pressione sulle risorse. Ondate di calore, allagamenti, scarsità d’acqua o inquinamento non colpiscono territori astratti, ma quartieri, infrastrutture, case, scuole, ospedali e spazi pubblici. Per questo oggi il clima è una tra le questioni urbane prioritarie.
Non solo temperature e precipitazioni, ma un fenomeno che attraversa economia, città e società. «Gli scienziati pensavano che il clima fosse una specie di quinta di teatro immobile», osserva Antonio Navarra, docente dell’Università di Bologna e presidente del Centro Euromediterraneo sui cambiamenti climatici. «Poi abbiamo scoperto che era un attore sul palcoscenico insieme a noi». Questo cambio di prospettiva ha imposto un salto anche nei linguaggi e nelle competenze: «Siamo stati costretti a imparare parole diverse. Per me, che sono un fisico, ha voluto dire parlare con gli economisti». L’urbano e il cambiamento climatico condividono oggi una relazione sempre più stretta e inevitabile. In questo quadro, la natura non viene più letta come elemento decorativo o residuale, ma come infrastruttura essenziale della città contemporanea. Una città capace di reintegrare i processi naturali dentro la struttura urbana.
Qui entra in gioco anche il patrimonio pubblico. Edifici pubblici, aree dismesse, infrastrutture, piazze, scuole e patrimonio immobiliare dello Stato rappresentano una leva strategica perché consentono di intervenire su larga scala senza affidare interamente la transizione climatica alle dinamiche del mercato. Il patrimonio pubblico può diventare laboratorio di trasformazione: rigenerazione energetica degli edifici, riuso adattivo, incremento della permeabilità urbana, creazione di spazi collettivi climaticamente più sicuri e accessibili.
C’è poi un aspetto più profondo, quasi culturale ed etico, richiamato anche dalla Laudato si', l’Enciclica di Papa Francesco: la crisi climatica mette in discussione il rapporto tra uomo, città e bene comune. La qualità ambientale non viene più interpretata come un tema tecnico separato dall’abitare, ma come parte della responsabilità collettiva verso le generazioni future. Custodire il patrimonio naturale e quello costruito significa allora ripensare il significato stesso dello spazio pubblico, della pianificazione e dell’idea di sviluppo urbano.
Da questa prospettiva, il patrimonio pubblico non è soltanto qualcosa da conservare, ma uno strumento attivo per costruire città più eque, resilienti e capaci di ridurre le disuguaglianze climatiche. Perché il cambiamento climatico, nelle città, non colpisce tutti allo stesso modo: chi vive in quartieri più fragili, con meno servizi, meno verde e edifici meno efficienti, subisce effetti più intensi. La questione climatica diventa quindi anche una questione sociale ed etica. L’etica urbana diventa allora capacità di prendersi cura: del territorio, delle risorse naturali, dello spazio pubblico e delle comunità che abitano la città. Significa riconoscere che il patrimonio ambientale è un bene comune da custodire.
L’avanzata dell’intelligenza artificiale riduce il valore esecutivo, rendendo accessibili competenze prima specialistiche. «La realizzazione non avrà più valore perché la sapranno fare tutti. Il pensiero diventa la parte più importante. Ma proprio per questo - sottolinea Navarra - il pensiero deve essere guidato dall’etica», conclude.
Un messaggio che si riflette anche nel modo di intendere formazione e professione. Necessario il focus sul tema del progetto – e in particolare del progetto urbano e architettonico – al centro di una riflessione più ampia. «Ci capita spesso, nel dialogo con le amministrazioni, di vedere pianificazione, programmazione e progettazione separate: l’urbanista, l’economista e l’architetto lavorano su piani diversi, senza parlarsi», interviene Filippo Salucci per l’Agenzia del Demanio.
Il Piano Città nasce proprio per superare questa frammentazione, creando «un tavolo di concertazione» in cui tutte le competenze concorrono a restituire una visione condivisa. Il punto di partenza sono le esigenze reali. Nell’edilizia scolastica oggi, ad esempio, il calo demografico è evidente: si passa dal milione di nascite annue degli anni Sessanta a numeri molto più bassi oggi. Questo significa ripensare un patrimonio spesso sovradimensionato, inefficiente e in molti casi privo di certificazioni fondamentali. Intervenire su questi edifici non è solo una questione tecnica, ma anche economica e ambientale.
Lo stesso vale per gli spazi della pubblica amministrazione: dopo il Covid, gli uffici registrano presenze medie intorno al 65%, che scendono al 40% il venerdì. Alcune amministrazioni hanno già iniziato a ridurre e ripensare le postazioni, adeguandole all’uso reale, ma il tema è ancora aperto. È necessario dare risposte e rendere i processi più efficienti e introdurre soluzioni temporanee che evitino l’abbandono degli spazi, generino valore e aiutino a qualificare i progetti.
Dunque, tre sono i vuoti da colmare: «un vuoto di funzioni, un vuoto amministrativo e un vuoto di contenuti», conclude Salucci. Questo si riflette chiaramente nel caso di Bologna. Le tre caserme Perotti, Stamoto e Staveco coprono circa 30 ettari, pari allo 0,2% della superficie comunale: una quota apparentemente marginale. Tuttavia, il loro recupero ha un valore economico enorme, pari a «decine e decine di milioni di euro», prosegue Salucci. Guardando alla città nel suo complesso, circa un terzo del territorio è occupato da spazi pubblici. Non si tratta solo di recuperare spazi, ma di restituire alla città luoghi oggi inutilizzati.
All’incontro organizzato presso l’Università di Bologna e moderato da Paola Pierotti di PPAN Academy, hanno partecipato, inoltre, la prorettrice dell’Università di Bologna Simona Tondelli, il direttore del Dipartimento di architettura dell’Università di Bologna Fabrizio Ivan Apollonio, Fabrizio Tucci per l’Agenzia del Demanio e Andrea Boeri e Gino Malacarne per l’ateneo bolognese.