Catania è una città in cui la storia continua a stratificarsi dentro gli spazi della vita contemporanea. Lo racconta bene il Monastero dei Benedettini, oggi sede del Dipartimento di Scienze Umanistiche dell’Università degli Studi di Catania: un luogo costruito sul muro lavico dopo l’eruzione del 1669, la più imponente nella storia dell’Etna, e trasformato nel tempo in uno dei più significativi esempi italiani di riuso del patrimonio storico.
È qui, nella sala Santo Mazzarino, l’antico grande refettorio conventuale, che il 20 maggio 2026 si è svolto il sesto workshop dell’Agenzia del Demanio dedicato alla “Responsabilità etica per la cura del patrimonio immobiliare dello Stato”, rivolto a studenti, professionisti e ricercatori.
Il Monastero dei Benedettini è già, di per sé, una lezione di rigenerazione. Restaurato dall’Università di Catania con il progetto di Giancarlo De Carlo avviato nei primi anni Ottanta, ha saputo rendere contemporanei gli spazi conventuali senza cancellarne la memoria. La stanza dell’Abate è oggi lo studio del rettore, le celle dei monaci sono diventate aule o sale per docenti, il “coro di notte” è una grande aula universitaria e la sala Santo Mazzarino, con la sua forma ovale e i suoi oltre 300 posti, continua ad accogliere comunità e conoscenza. Goethe, passando da Catania, scrisse che la città non aveva bisogno di una reggia. Oggi, di fronte a questa “reggia universitaria”, la questione è un’altra: come trasformare la città in un sistema capace di offrire servizi, opportunità, lavoro e luoghi dell’abitare all’altezza delle grandi realtà universitarie internazionali. La città del futuro è una città fatta di relazioni, infrastrutture sociali, spazi pubblici, accessibilità, servizi e occasioni di crescita. È una città che sa trattenere i giovani, accompagnare le fragilità, generare lavoro e costruire nuove forme di qualità urbana.
È dentro questa visione che si colloca il Piano Città degli immobili pubblici di Catania, presentato durante il workshop. La sfida è particolarmente urgente in un territorio segnato da fragilità sociali profonde. Nella città metropolitana di Catania il tasso di abbandono scolastico raggiunge il 30% e diversi quartieri, comprese alcune parti del centro storico, scontano una carenza di qualità urbana. In questo contesto, il patrimonio pubblico può diventare una leva decisiva.
Il Piano Città degli immobili pubblici rappresenta uno strumento innovativo di programmazione e progettazione integrata, fondato sulla costruzione di un quadro condiviso tra enti territoriali, amministrazioni pubbliche utilizzatrici e soggetti coinvolti nei processi di trasformazione. L’obiettivo è superare la logica del singolo edificio da recuperare, leggendo ogni bene pubblico come parte di un sistema urbano più ampio. Definire in anticipo funzioni, requisiti ambientali, prestazioni sociali e culturali consente di trasformare gli immobili in nodi capaci di attivare servizi, mobilità, spazi pubblici, comunità, cultura ed economia.
In questa prospettiva, la riqualificazione del patrimonio pubblico diventa uno strumento strategico per rispondere a bisogni collettivi: emergenza abitativa, spazi per i giovani, servizi di prossimità, coesione sociale e nuove opportunità di lavoro. Agire in modo responsabile significa generare valore urbano duraturo; non agire, o farlo in modo frammentario, significa lasciare al futuro costi economici, ambientali e sociali. Per questo l’Agenzia del Demanio ha individuato nel riuso del patrimonio immobiliare pubblico non utilizzato uno strumento rilevante per promuovere nuove forme dell’abitare e della vita urbana. Student housing, social housing, senior housing, servizi di prossimità, spazi comuni e connessioni con le infrastrutture locali possono diventare parti di una stessa strategia.
Sono diciassette i beni coinvolti nella strategia: dodici dello Stato, quattro del Comune e uno della Città Metropolitana. Tra questi, l’ex Educandato Regina Elena, già destinato all’accoglienza dei minori, diventerà nuova sede del Tribunale per i Minorenni, con un parco a servizio della funzione giudiziaria e della città. Villa Gentile Cusa, bene comunale, sarà recuperata come sede di attività culturali e parco pubblico aperto al quartiere. Sul lungomare di viale Africa, dove sorgeva l’ex Palazzo delle Poste, la nuova Cittadella della Giustizia punta a migliorare efficienza e autonomia energetica. Il tracciato dell’ex ferrovia Circumetnea sarà rifunzionalizzato come greenway ciclopedonale, mentre l’area demaniale di Librino potrà diventare un polo di sviluppo terziario e di mixité urbana al servizio del quartiere.
Per Carlo Colloca, docente di sociologia urbana ed esperto di progettazione sociale del territorio dell’Università degli Studi di Catania, bisogna prendersi cura dei bisogni del territorio.
Sono trasformazioni che incidono sul decoro urbano, inteso non come semplice qualità estetica, ma come condizione di dignità collettiva.
«Costruire il futuro attraverso le scelte del presente, è questa la responsabilità delle istituzioni, dei tecnici e delle nuove generazioni», secondo il professore dell’Università degli Studi di Catania, Paolo La Greca.
Il patrimonio dello Stato non è soltanto memoria del passato: è identità collettiva, valore pubblico e responsabilità verso il futuro. Ogni scelta che riguarda i beni pubblici deve quindi essere valutata non solo per i benefici immediati che produce, ma anche per gli effetti che lascia alle generazioni future.
Il patrimonio pubblico diventa così un campo di azione strategica. Una gestione responsabile può generare sviluppo sostenibile, coesione sociale, qualità della vita e nuove opportunità per i territori. Al contrario, una gestione miope rischia di trasferire al futuro costi economici, ambientali e culturali difficili da sostenere. «Per questo la pianificazione urbanistica ha oggi – dice - un compito più complesso rispetto al passato: deve tenere insieme più cose. Non può agire dall’alto, ma deve costruirsi attraverso il dialogo tra discipline, competenze, istituzioni e comunità».
Un’attenzione particolare va rivolta alle periferie, che non devono essere considerate margini o luoghi della disattenzione, ma spazi in cui si misura la capacità delle istituzioni di generare servizi, appartenenza, prossimità e fiducia. In conclusione, tre verbi possono orientare questa responsabilità: ascoltare, ricucire, garantire. Ascoltare significa costruire processi reali e partecipati. Ricucire significa trasformare le fratture urbane e sociali in connessioni. Garantire significa dare continuità alle politiche pubbliche, tutelando beni comuni come casa, salute, mobilità, spazio pubblico e ambiente.
Mancuso richiama il “miracolo dell’universo”, inteso in senso scientifico, e il sentimento del mistero evocato da Norberto Bobbio nella sua ultima lettera: “Non mi considero né ateo né agnostico (…) so di essere immerso nel mistero che la ragione non riesce a penetrare sino in fondo, e le varie religioni interpretano in vari modi”. Da qui il passaggio all’etica. In Sicilia, ricorda Mancuso, molte figure hanno dato la vita per la propria terra, per le istituzioni, per il bene comune. Tra queste Rosario Livatino, il giudice ucciso dalla mafia, esempio luminoso di un essere umano che ha esercitato insieme diritto ed etica. Ma oggi, osserva, anche l’etica rischia di crollare. Il diritto regge perché prevede sanzioni; l’etica, invece, chiama in causa la coscienza.
La domande decisive sono: perché comportarsi bene quando nessuno ci vede? Perché tutelare il bene comune? Perché riconoscere la responsabilità verso gli altri?
Le parole, per Mancuso, sono “esami del sangue”: rivelano lo stato della nostra interiorità. Anche il linguaggio (e di etica della narrazione ha parlato anche lo scrittore Gaetano Savatteri a Palermo) mostra una crisi profonda, perché spesso la bontà viene percepita come debolezza, mentre la cattiveria come forza. L’etica è disarmata: nasce da un sentimento interiore che spinge ad agire, dalla percezione che non si possa fare altro se non intervenire.
«Il patrimonio dello Stato non riguarda solo i beni immobili, ma anche i valori. È molto bello che lo Stato si occupi di restaurare gli immobili, ma deve restaurare anche i valori. Senza valori non c’è politica, perché la buona politica è gestione responsabile della società». Mancuso definisce così l’etica: «Etica è percezione e attuazione della responsabilità». È insieme sentire e agire. Presuppone la libertà, perché senza libero arbitrio non esiste responsabilità.